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... ma non dimentico le 398.200 visite raccolte sull'ormai defunta piattaforma Splinder da settembre 2007 a gennaio 2011! Un grazie a tutti i visitatori! :-)

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postheadericon Esoterismo: La Tavola di Smeraldo, il principio dell’Alchimia

Stasera ripesco uno dei miei post passati preferiti, era fine gennaio 2008 e parlavo nientemeno che di alchimia :-) Forse oggi cambierei qualcosa, aggiungendo – con ogni probabilità – un paragrafetto sulla meccanica quantistica, ad esempio :-D Ma già com’è non mi dispiace ancora oggi, e allora…

Qui trovate il link all’originale con tutti i commenti dell’epoca: Esoterismo: La Tavola di Smeraldo, il principio dell’Alchimia

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Uno dei testi più famosi dell’esoterismo, più precisamente dell’ermetismo (che, non me ne vogliano i puristi, definirei “alchimia occidentale”), è la Tavola di Smeraldo, attribuita ad una figura mitica – forse HermesTrismegistusnemmeno esistita nella realtà – di nome Ermete Trismegisto (“Hermes il tre volte grande”, poiché padrone dei segreti sapienziali che coinvolgevano corpo, mente e spirito) che, mentre la tradizione toccava varie civiltà, fu di volta in volta egizio, greco (il nome “Ermete Trismegisto” gli venne assegnato qua), arabo, romano, influenzando anche la Qabbalah ebraica. In pratica ogni civiltà occidentale e mediorientale ebbe un Dio o comunque una figura sapienziale che rappresentava Ermete.
A quando risale la Tavola di Smeraldo? Ovviamente nessuno lo sa’ con certezza, ma tradizione vuole che Ermete fosse contemporaneo di Mosé; egli incise le parole su una lastra di smeraldo usando la punta di un diamante, la moglie di Abramo (Sara) rinvenne poi la lastra nella sua tomba…

Ecco la traduzione della Tavola (tratta da Wikipedia, così come la foto di Ermete):

“È vero senza menzogna, certo e verissimo.

Ciò che è in basso è come ciò che è in alto e ciò che è in alto è come ciò che è in basso per fare i miracoli della cosa una. E poiché tutte le cose sono e provengono da una, per la mediazione di una, così tutte le cose sono nate da questa cosa unica mediante adattamento. Il Sole è suo padre, la Luna è sua madre, il Vento l’ha portata nel suo grembo, la Terra è la sua nutrice. Il padre di tutto, il fine di tutto il mondo è qui. La sua forza o potenza è intera se essa è convertita in terra. Separerai la Terra dal Fuoco, il sottile dallo spesso dolcemente e con grande industria. Sale dalla Terra al Cielo e nuovamente discende in Terra e riceve la forza delle cose superiori e inferiori. Con questo mezzo avrai la gloria di tutto il mondo e per mezzo di ciò l’oscurità fuggirà da te. È la forza forte di ogni forza: perché vincerà ogni cosa sottile e penetrerà ogni cosa solida. Così è stato creato il mondo. Da ciò saranno e deriveranno meravigliosi adattamenti, il cui metodo è qui. È perciò che sono stato chiamato Ermete Trismegisto, avendo le tre parti della filosofia di tutto il mondo.
Ciò che ho detto dell’operazione del Sole è compiuto e terminato.”

Le prime parole sono quelle che, personalmente, mi hanno sempre colpito maggiormente: “Ciò che è in basso” siamo noi e il nostro mondo materiale, “ciò che è in alto” è il mondo non manifesto, lo Spirito, e si comportano nello stesso modo perché così è la legge della cosa unica (chiamatelo Dio, Natura, Universo, Energia, come vi pare…). Ecco allora che ciascuno di noi, in potenza, ha Dio dentro di sé e può muovere le montagne con la forza della sua fede, può fare le stesse cose che fece Gesù e cose ancora più grandi (è lui stesso ad averlo detto, non è vero?); Gesù citò perfino la potenza insita in un singolo granello di senape e la fisica moderna ci ha dimostrato – in maniera anche drammatica – la potenza presente nei singoli atomi, sfruttando proprio questa unicità materia-energia, secondo il principio che esse sono solo due… punti di vista di “una cosa unica” (!).

Ecco perché, oggi, molte correnti spirituali tendono ad identificare lo Spirito con l’Energia.

candelaDi fatto la materia, noi, saremmo solo la “precipitazione” dello Spirito, dell’Energia”, in “agglomerati pesanti”, ma sempre da essa costituita. Ecco perciò il reale tentativo dell’Alchimia, ripresa e studiata perfino da Jung per la sua psicologia – intrisa, soprattutto negli ultimi anni della sua vita, di spiritualità – di ripulire la materia dai suoi elementi pesanti (il “piombo alchemico”) per ritrovarne lo spirito puro (lo “oro alchemico”), e infine portarlo – stavolta consapevolmente – sul piano materiale, ottenendo la “immortalità” (dell’anima o del corpo? Qualcuno sostiene che qualche alchimista si rese fisicamente immortale, forse è troppo :-D ma l’influenza della mente sul corpo è sempre più riconosciuta…).

Jung intuì la pregevolezza del lavoro degli alchimisti, capì che l’eliminazione degli “elementi pesanti” era soprattutto un processo mentale di eliminazione delle sovrastrutture psichiche, degli scarabocchi scritti sul foglio bianco di una spiritualità in noi altrimenti congenita; gli alchimisti si servivano talvolta di metafore “materiali” (piombo, oro, sole, fuoco…) per nascondere precise operazioni di pulizia mentale aventi fine di ritrovare lo spirito puro. Non è, attenzione, solamente un ritorno allo stato primordiale di bambino o animale, ma un’operazione avente lo scopo di ritrovare lo spirito originale avendone stavolta consapevolezza e dunque potendone direzionare l’incommensurabile forza. Cosa che bambini e animali non fanno…

Bé, potrei continuare per ore, ma temo di dovermi proprio fermare, cosa dite? :-D

Alba sui monti

postheadericon 10 domandine… a Wolfghost :-D

No, non sono impazzito facendomi domande da solo (anche se a dire il vero di domande a me stesso ne pongo davvero tante :-D ), questa è una mini intervista che mi ha fatto l’amica Happysummer  e che ho voluto riportare qua per non perderne traccia :-) Tra l’altro l’amica Happy è anche una delle più antiche conoscenze di blog che potete trovare qua sopra :-)

Ecco l’intervisata, l’originale la trovate qua: 10 domandine a… Wolfghost

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D: Oggi vanno per la maggiore i Social Network, cos’è che ti spinge a tenere un blog?

R: Questa è uno domanda alla quale oggi rispondo in modo diverso rispetto a qualche anno fa’.

Entrambi, blog e social network, hanno una loro funzione: i social network sono un po’ il fast food di Internet ma sono ottimi per divulgare prontamente informazioni, notizie, annunci (un esempio è Adotta un cucciolo, il nostro sito di adozioni animali, il cui blog è ormai semi-deserto ma la cui corrispondente pagina facebook ha oltre 5.000 “amici” che ricevono puntualmente ogni annuncio); il blog è più uno slow food, più difficile da mantenere, richiede più attenzione, ma potenzialmente da’ molta più possibilità di espressione.

Un tempo alla tua domanda avrei risposto che il blog mi dava più ampiezza, più possibilità di esprimermi. Oggi ti rispondo che… è sostanzialmente perché mi spiace chiuderlo, visto che “passa sopra” parecchi anni della mia vita. E comunque non andrei verso i social network, mi allontanerei e basta.

C’è un tempo per ogni cosa, e in questa fase della mia vita esprimermi sul web non è per me una priorità.

 

D: Se dovessi partire per un’isola deserta, quale libro porteresti con te?

R: In senso letterale, un libro che parlasse di come riconoscere le piante commestibili da quelle velenose :-D

Nel senso di qual è il libro è più importante per me, inevitabilmente la risposta sarebbe diversa a seconda delle fasi della mia vita. Forse oggi porterei “Il libro tibetano del vivere e del morire”, di Sogyal Rinpoche. Ma è una scelta difficile.

 

D: A cosa associ la parola mare?

R: A “casa mia”, la Liguria :-)

 

D: E la parola cane?

R: A Tom, il nostro canetto ;-) L’unica esperienza di cani prima di lui è troppo antica per ricordarmene significativamente; poi sono stato solo “gattofilo”: è stato Tom a farmi scoprire il fantastico mondo dei cani :-) (ma non tolgo nulla a quello dei gatti, eh! ;-) ).

 

D: Se fossi il Genio della lampada, quale desideri vorresti che realizzasse?

R: Darmi la risposta definitiva e sicura ad una delle domande fondamentali della vita: se qualcosa sopravvive o meno alla morte. Questa risposta, da sola, è in grado di cambiare la percezione della vita stessa. Sia che sia positiva sia che sia negativa.

 

D: Quale qualità indispensabile dovrebbe avere il tuo partner?

R: Lasciarmi dormire a lungo nel fine settimana! :-D L’ho scritto apposta perché Lady Wolf è vicino a me :-D Battute a parte, direi la complicità, intesa anche come empatia. Un partner può avere tutte le qualità di questo mondo, può essere bello, intelligente, capace… ma se non “ti sente” o tu non “senti lui” (o lei), è come avere un robot.

 

D: Quale personaggio (cantante, sportivo, scrittore, storico ecc.) ammiri di più?

R: Tutte le persone comuni che sono riuscite a sconfiggere una grave avversità, come una malattia.

 

D: E quale di meno?

R: Hitler e tutti i dittatori come lui (e sono stati e sono molti più di quel che normalmente crediamo). Tutti coloro che non “sentono” la vita, in sé stessi e, di riflesso, nel mondo che hanno attorno.

 

D: Quale spettacolo cancelleresti subito dai palinsesti televisivi?

R: Tutti i programmi della D’Urso :-D

 

D: Cosa di bello ci auguri per domani?

R: Di avere la capacità, la serenità e la forza di poterlo apprezzare, qualunque esso sia. Perché già vivere è regalo.

 

Image du Blog confinianima.centerblog.net

postheadericon Pensiero positivo: l’inganno dei ‘non’

Cari (pochi) amici rimasti :-) Meno male che ho ancora tanti post da ripescare, perché ancora non vedo all’orizzonte un periodo nel quale potrò tornare a dedicare al blog lo stesso tempo che, ormai tanto tempo fa’ (col metro di misura di Internet), gli dedicavo :-(

Il lavoro è un disastro: tanto sforzo, tanto tempo… ma sensazione di agire tra mura di gomma. Ne sta andando anche della mia salute. Mi chiedo per cosa…

La salute, appunto… non va’ granché. Dovrò iniziare a fare visite approfondite per capire che c’è che non va’. E chi mi conosce sa che non le vivo con tranquillità.

Si salva la mia famigliola, ovvero Lady Wolf e i nostri simpaticissimi animalotti :-) Forse, se non ci fossero loro… avrei già “mollato”.

Il post che recupero questa sera è piuttosto “datato”, non solo come periodo (era sempre gennaio 2008), ma anche nella mia percezione. Che intendo dire? Che lo sento un po’ come “scontato”. Tuttavia, sebbene ci siano cose che in molti sappiamo… in pochi le applicchiamo veramente, me compreso. E allora fa bene rinfrescarsi la memoria ogni tanto :-) E questa storia de “l’inganno dei non”, è uno di questi concetti: molti di noi sanno che dovrebbero concentrarsi sulle cose belle, anche in momenti di difficoltà, sulle possibilità, sui “posso”, non sui “devo”… ma francamente, quanti di noi lo fanno davvero? Quanti di noi riescono a vedere davvero il bicchiere mezzo pieno anziché mezzo vuoto, anche se sanno perfettamente che meglio sarebbe fare così?

Ecco qui il post, e al seguente link trovate quello originale con i commenti dell’epoca: Pensiero positivo: l’inganno dei ‘non’

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“Pensiero positivo” e’ ormai un concetto trito e ritrito. Innumerevoli sono i libri su di esso, alcuni dal tenore cosi’ ottimistico e superficiale da renderlo poco credibile e da finire per screditarne anche l’effettivo potere.
Il pensiero positivo non compie miracoli, non da’ certezza del risultato; esso e’ “solamente” un mezzo per mettersi nelle migliori condizioni possibili affinche’ cose buone possano capitare nella nostra vita. E non e’ poco.

Uno dei concetti cardine del pensiero positivo e’ quello di evitare di ragionare tramite parole negative, come i “non”.

NONFin da piccoli, siamo stati abituati ad un uso ampio e scriteriato dei “non”: “non devo fare questo”, “non devo dire cosi’”, “non devo essere in tal modo”, “non voglio che accada che…”, “non devo pensare a…” e cosi’ via. Il pensiero positivo suggerisce di sostituire questo modo di ragionare “al negativo” con pensieri rivolti al positivo: “voglio fare”, “posso dire”, “posso essere”, “posso agire in modo che accada”, “penso a…”.
Chiaramente l’oggetto della frase diviene l’opposto di quello della frase al negativo: “Non devo pensare a tizio” [con il quale ho appena rotto…] diventa “posso pensare alla prossima storia che avro’” [anche se il futuro partner non ha ancora un nome o un viso].

 

DEVOPOSSONotate un effetto collaterale: anche i “devo” (pesanti, poiche’ indicano uno stato di costrizione) vengono sostituiti con i “posso” (costruttivi, perche’ indicano uno stato di potere: posso farlo, non sono “obbligato”); cio’ rende immediatamente lo stato emotivo della persona che li esperisce molto piu’ leggero, diminuendone in tal modo l’ansia e la sofferenza. Ma soprattutto leva dallo stato di impantanamento nel quale si trova.

A questo punto, mi piace raccontare una storiella che cito spesso, quella di Goethe e del suo commercialista…

Goethe (Stieler 1828)Si narra che un giorno Goethe fu tradito dal suo commercialista che scappo’ con una grossa somma di denaro. Questo tizio era anche un suo grande amico, o almeno cosi’ il bravo Wolfgang credeva.
Per lui la sensazione di tradimento fu fortissima al punto di divenire una vera ossessione. Arrivo’ a tappezzare la sua casa di bigliettini con scritto “Non devo pensare a xxx”. Inutile dire che ogni volta che ne vedeva uno… pensava a lui e al suo tradimento.
E il suo malessere continuava percio’ inesorabilmente.
Goethe si libero’ della sua ossessione solo quando prese la saggia decisione di riposizionare tutti quei bigliettini… nella spazzatura ;-)

La mente inconscia tende naturalmente a cio’ che la fa stare bene, ma va guidata con un po’ di razionalita’, infatti essa non distingue tra immediato e futuro. Se ad esempio il partner ci lascia, tendenzialmente la mente tendera’ ad andare al suo ricordo il piu’ possibile, perche’ cosi’ e’ abituata a fare, perche’ la mancanza di quella “immagine” (intesa in senso ampio, come “ricordo” generico, non solo la “figura visiva”) la fa soffrire. Arrivera’ al punto di elaborare strategie anche complicate per non staccarsi da esso. Compresi i famosi “non”: “non devo pensare a” permette ad essa di continuare a pensarci senza sentirsi colpa, “Non sono debole, non e’ che ci penso volutamente! Non vorrei pensarci, eppure…”.

ScimpanzeAnni fa’ lessi un esperimento condotto su alcune scimmie: ad esse era stato insegnato che, se premevano con un dito un certo tasto, un cibo prelibato compariva. Gli scienziati notarono che quelle scimmie continuavano ad usare prevalentemente quel dito anche quando ormai il cibo non veniva piu’ fornito loro e scoprirono che la rete neuronale che collegava il cervello a quel dito era piu’ spessa delle corrispondenti reti dirette verso le altra dita: il cervello aveva costruito una sorta di autostrada preferenziale nella quale incanalare i pensieri.
Lo stesso facciamo quando adottiamo una certa “abitudine” a lungo: la mente crea dei collegamenti preferenziali verso quella immagine. Ecco perche’, perfino con i “non”, tendiamo sempre all’oggetto della nostra “ossessione”. Disfarsene significa ridurre a poco a poco quell’autostrada mentale, atrofizzandola. E l’unico modo e’ imparare, sforzarsi, a non utilizzarla. Usarla salendo sulla macchina deiautostrada “non”, e’ un inganno: non servira’ assolutamente a nulla se non a perpetrare, ad ispessire ancora di piu’, quell’autostrada. Di fatto, gia’ in passato ho notato che esistono tanti legami tenuti in vita proprio dalla sofferenza: la sofferenza “lega” moltissimo all’oggetto che la crea. Addirittura rapporti ai quali non si teneva granche’, diventano trappole dalle quali non ci si riesce piu’ ad allontanare non appena fa capolino la sofferenza dell’abbandono.

L’unico modo di uscirne e’ pensare ad altro costruttivamente, sostituendo quell’immagine con altre che non la ricordino. Se sono stato mollato, ad esempio, avro’ molti piu’ risultati sognando il prossimo rapporto con una persona splendida, anche se di questa non conosco ancora ne’ il nome ne’ il viso, piuttosto che continuare a pensare a chi mi ha lasciato, seppure in termini negativi. Ma posso anche pensare a tutt’altro, non importa, basta non utilizzare la famosa autostrada.

La mente, sempre per il principio di tendere naturalmente verso cio’ che la fa star bene, appena si accorgera’ che non pensando piu’ all’oggetto della sua ossessione sta’ meglio, ci aiutera’ a proseguire su quella nuova strada, atrofizzando – a questo punto rapidamente – l’autostrada che era stata creata.

“Questo e’ il mio dono. Lascio che la negativita’ scivoli via da me come l’acqua dal dorso di un’anatra. Se non e’ positivo, non lo ascolto nemmeno. Se puoi superare questo, i combattimenti sono facili” – George Foreman

“Ogni giorno, quello che scegli, quello che pensi e quello che fai è cio’ che diventi.” – Eraclito

river

postheadericon Vivere qui e ora

E’ passato perfino un po’ più tempo del solito: la piattaforma ha avuto qualche problema infatti e, come avrà notato chi ha provato a “venirmi a trovare”, è stata fuori servizio un paio di giorni. Comunque rieccomi :-)

Riparto da un post del Gennaio del 2008, periodo che fu molto prolifico per il mio blog ;-) L’originale lo trovate qua, assieme a tutti i commenti dell’epoca: Vivere qui e ora

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“Vivere qui e ora” è uno dei passaggi esoterici più antichi e più difficili da comprendere in tutta la sua profondità, forse proprio perché apparentemente estremamente banale.

orologio Come ho già scritto spesso, noi siamo il nostro passato, e il nostro presente determina il nostro futuro, soprattutto in una società basata sul tempo come quella in cui viviamo.
Come è possibile allora non pensare al passato e non agire in prospettiva futura? Sembra una utopia, non è vero?

Faccio un esempio: se tu vuoi comprare una casa, dovrai per forza fare un’azione di pianificazione, ovvero una proiezione nel futuro. Altrimenti farai un disastro. Così devi agire per tante cose, alcune complesse, altre banali; perfino per fissare un semplice appuntamento devi pianificare pensando al futuro. Addirittura perfino per decidere l’ora a cui puntare la sveglia! :-D

Qualunque nostra decisione odierna, poi, siamo in grado di prenderla grazie alla nostra esperienza, pratica o teorica che sia. Ovvero grazie al nostro passato. Bisogna liberarci dei condizionamenti passati, è vero, ma altra cosa è ricordare consapevolmente: nel passato possono esserci infatti preziose risorse, esempi di vita che possono aiutarci a prendere una importante decisione nel nostro presente.

E allora come fanno tanti maestri spirituali a sostenere che si deve (e si possa) vivere nel presente? :-o

La verità, per me, è che “vivere nel qui e ora” non significa necessariamente non pensare a passato e futuro, ma essere “semplicemente” consapevoli di starlo facendo. Essere sempre consapevoli.

meditazione Se tu siedi e non pensi a nulla, stai meditando. Se tu siedi e ti “perdi” nella musica che ascolti, stai meditando. Se tu siedi e ti perdi nel lavoro che stai compiendo, stai vivendo nel qui e ora. Se ti siedi (ma puoi anche stare in piedi, eh! ;-) ) e ti perdi nella pianificazione di un evento futuro, ad esempio l’acquisto della casa… stai meditando, sei nel “qui e ora”, perfino se stai pensando al futuro.

“La consapevolezza del momento presente” è “vivere qua e ora”, perfino se il momento presente è ricordo necessario del passato o proiezione indispensabile nel futuro.

“La vita è quella cosa che ci accade mentre siamo impegnati a fare altri progetti”, scriveva Anthony De Mello. Sembra in contrasto con quanto ho appena affermato, non è vero? Ma poni l’attenzione sulla parolina “altri”, “altri progetti”… se il progetto è indispensabile al proseguo della vita, allora esso stesso ne fa’ parte, per questo ho scritto “ricordo necessario” o “proiezione indispensabile”; non è un “altro” progetto. Fa parte del progetto stesso della tua vita.

“Altro progetto” è quando, non essendo consapevole di cosa stai combinando… non combini nulla, né nulla porti a termine, poiché permetti alla tua mente di saltare di palo in frasca, di non avere un minimo di concentrazione, di essere preda di qualunque foglia che cada nel giro di 100 metri o, peggio, del continuo frullare della tua testa.

Se stai camminando per strada e hai il dubbio che una persona che ti ha appena incrociato forse ti ha salutato (ma chissà chi diavolo era)… allora forse non stai vivendo nel presente. Certamente non ne sei consapevole.

goccia

postheadericon Biocentrismo – Robert Lanza

Qualche tempo addietro lessi che un tale Robert Lanza, americano di origini italiane, sposava una teoria molto particolare: il Biocentrismo, teoria che sostiene che la coscienza non è un prodotto casuale, un sottoprodotto dell’universo, ma che anzi è proprio il contrario, è l’universo intero ad essere prodotto della coscienza. In poché parole, l’Universo esiste solo perché ci siamo noi ad osservarlo. E uno dei corollari è che, con ogni probabilità, la coscienza non svanisce affatto con la morte del corpo fisico.

Poiché Robert Lanza non è uno scrittore “New Age”, ma un biologo ricercatore americano di origini italiane inserito tra gli scienziati più importanti al mondo, attesi con una certa trepidazione l’uscita in Italia del suo libro, cosa avvenuta finalmente un mesetto fa’.

Secondo Lanza, e non solo, il Biocentrismo, pur essendo tutto da dimostrare – come d’altronde qualunque altra “teoria del tutto” che cerchi di unificare meccanica quantistica e relatività di Einstein (teorie di per sé funzionanti rispettivamente nel micro e nel macrocosmo ma apparentemente inconciliabili tra di loro), è la spiegazione più ragionevole all’esistenza dell’universo e alle tante stranezze che lo abitano.

Due aspetti hanno dell’incredibile quando si parla di fisica quantistica. Il primo è che le particelle di cui ogni cosa è fatta, noi inclusi, esistono solo se vengono osservate, altrimenti restano in uno stato di… “probabilità”, ovvero si può solo dire che probabilità hanno di esistere in un derminato posto (o tempo) ma, fino a quando non vengono osservate, possono di fatto essere ovunque. Attenzione, non si sta dicendo che siamo noi a non sapere dove è quella particella finché non la troviamo: è proprio la particella a non esistere fino a quando non viene osservata!

Il secondo aspetto è la “non-località”, ovvero il fatto che le particelle sono legate tra di loro indipendentemente da tempo e spazio. Cosa vuol dire? Che se due particelle hanno “caratteristiche” legate tra di loro e poi vengono separate e poste a distanze teoricamente perfino infinite tra di loro, cambiando una cambia istantaneamente anche l’altra, alla faccia della velocità della luce che dovrebbe essere insuperabile!

So che non è facile capire, sono concetti strani, ed è ancora più difficile cercare di spiegarli, di darne anche solo una idea, in poche righe. Sappiate comunque che non sono solo teorie: ci sono esperimenti empirici reali che hanno dimostrato che le cose stanno proprio così.

L’universo è un ambiente davvero strano, il cui vero funzionamento è probabilmente insondabile per noi. Il fatto è che, secondo Lanza, noi siamo creature biologiche, legate – o che così sentono di essere – a tempo e spazio, e incapaci di percepire l’universo per come davvero è, ovvero senzo un tempo e uno spazio assoluto. Noi abbiamo “inventato” il tempo per indicare il cambiamento di stato di ciò che abbiamo attorno, come l’invecchiamento biologico, ed abbiamo inventato lo spazio per utilità, per capirci quando diciamo “il negozio X è a 4 chilometri da qui”. Ma fuori dai limiti ristrettissimi delle nostre percezioni, le cose sono molto diverse: un tempo assoluto non esiste, e non esiste parimenti nemmeno uno spazio.

Se non volete comprare il libro di Lanza, che comunque è sì sorprendente ma anche scorrevole e quasi mai troppo tecnico, vi invito a leggere questo questo breve ma interessante articolo:“La morte non esiste”! Alla scoperta del Biocentrismo del dott. Lanza

Solo un’avvertenza. Il biocentrismo è comunque solo una teoria che peraltro si discosta dalla “teoria standard” che finora viene insegnata “a scuola”. Il libro ha suscitato tra i fisici interesse da un lato, ma anche forti opposizioni.

Personalmente mi piacerebbe pensare che un domani si saprà che Lanza (in foto) e colleghi biocentristi ci hanno azzeccato. Ma è solo una speranza… per ora :-)

postheadericon Whity

Tra i primi abitanti del nostro acquario, allestito poco più di due anni fa’, c’era Giustino, un bel scalare multicolore :-) Assieme a lui c’erano altri due scalari: Leone e Marilù. Purtroppo Marilù non visse a lungo, pochi mesi, mentre Leone visse più a lungo, almeno un anno. Poi morì anche Leone e Giustino rimase l’unico della sua specie :-(

Un giorno di inizio agosto, ero in un negozio di animali per comprare il cibo a cane e gatti. L’occhio mi caddé sull’acquario dei pesci: in uno degli scomparti c’era un solo, minuscolo, pesciolino: un bellissimo scalarino tutto bianco. Non avevo mai visto un pesce così piccolo! :-o Vederlo da solo mi commosse e così… lo portai a casa :-) Tra l’altro lo trovai subito speciale, “Questo piccolotto diverrà il Re dell’acquario!” dicevo a Lady Wolf :-)

Whity e fratellini

“Come da manuale”, Giustino all’inizio non la prese bene e iniziò a inseguirlo ovunque. Gli scalari sono pesci territoriali e non vedono di buon occhio nuovi arrivati, soprattutto se della stessa specie. Così andai in un altro negozio e presi altri due scalarini, anche se non piccoli come White – così l’avevo chiamato.

L’esperimento sembrò funzionare: come mi aveva detto la commerciante, gli scalarini legarono subito e Giustino sembrò acquietarsi, o perlomeno divideva i suoi attacchi tra i tre piccolini :-)

Purtroppo i due fratellini non sopravvissero a lungo, pare che gli scalari abbiano una mortalità infantile molto alta :-( Ma ormai Giustino aveva accettato White e non l’attaccava più. In un certo senso, i due fratellini si erano sacrificati per lui :-(

White cresceva molto rapidamente, gli davamo un alimentazione particolare, adatta per i pesciolotti di questa specie, e un giorno avemmo una sorpresa: White, che da allora divenne Whity, aveva deposto un nugolo di uova! :-o

Whity e uova

Riuscire a far nascere gli avanotti è difficile in un acquario dove ci sono diversi pesci: per loro le uova sono cibo e ancora di più gli avanotti. Così la cosa non funzionò: Whity e Giustino avevano scelto una foglia troppo ripida per le uova e non appena queste si dischiusero gli avanotti, dibattendosi, iniziarono a cadere e… a diventare pasto per gli altri pesci :-(

Whity e Giustino ci riprovarono altre volte ma sempre senza successo.

Comunque, a parte il dispiacere per non vedere dei piccoli scalarini, Whity era ormai davvero la Regina dell’acquario: era diventata un bellissimo e maestoso scalare bianco :-)

Una decina di giorni fa’ la pancina di Whity iniziò a gonfiarsi e lei iniziò a starsene in disparte. Per noi, che ormai la conoscevamo, era evidente che non si trattava della preparazione di un’altra covata, era più probabile un blocco intestinale. Cercammo di darle da mangiare dei piselli scongelati e ridotti in poltiglia, ma ormai non mangiava più :-( Alla fine tentammo anche un bagno in acqua salata, un tentativo shock per eliminare eventuali batteri… ma non ci fu nulla da fare, e dopo solo tre giorni da quando aveva accusato i primi sintomi, Whity morì, lasciando di nuovo Giustino da solo. Avevo solo otto mesi :-( E’ stata “sepellita” nel torrente che sfocia nel mare, raggiungendo gli altri “fratellini” che se ne sono andati prima di lei.

Whity e Giustino

Lo so, lo so, era solo un pesce. Però era una pesciolina speciale: l’avevo scelta, si era fatta scegliere venendomi incontro quel giorno nel negozio, così piccola in quella vasca così grande per lei. Aveva conquistato Giustino che, fino ad allora, non aveva mai scelto una compagna. Comandava lei la vita nell’acquario: era la prima che arrivava all’ora della pappa, veniva a mangiare a pelo d’acqua, praticamente prendendo il cibo dal piattino! Perfino Lady Wolf, che aveva sempre detto che i pesci per lei non erano il massimo perché “non c’è interazione”, si era fatta conquistare da lei :-)

Deve aver sofferto in quei due giorni, poverina. E forse la colpa è anche un po’ nostra perché, una volta “svezzata”, non abbiamo ridotto il cibo nell’acquario, anche se persone esperte ci hanno detto che a volte va semplicemente così: gli scalari sono soggetti a blocchi intestinali, proprio a causa della conformazione “piatta” del loro corpo, e non è che gli si può dare un lassativo :-(

Ho trovato in un sito specifico su Internet che gli scalari sono monogami e, spesso, quando il componente di una coppia muore, il compagno non si lega più. Probabilmente, passato il periodo di “quarantena” nell’acquario per essere certi che la causa della morte di Whity non fosse batterica, tenteremo di trovare un’altra compagna per Giustino, ma sarà dura…

Om mane padme um, piccola Whity :-(

Whity

postheadericon Lasciare andare

Continuo nel recupero di “antichi” post che mi paiono ancora interessanti :-) Siamo ancora a Gennaio 2008…

Colgo l’occasione per dire che Tom sta decisamente meglio, anche se il percorso per tornare al 100% è ancora lungo, ma va bene così, pian piano… :-)

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Il vaso di porcellana e la rosa (di Paulo Coelho)

vaso porcellanaIl Grande Maestro e il Guardiano condividevano l’amministrazione di un monastero zen. Un giorno, il Guardiano morì e fu necessario sostituirlo. Il Grande Maestro riunì tutti i discepoli per scegliere chi avrebbe avuto l’onore di lavorare direttamente al suo fianco.
“Vi esporrò un problema – disse il Grande Maestro -, e colui che lo risolverà per primo sarà il nuovo Guardiano del tempio”. Terminato il suo brevissimo discorso, collocò uno sgabellino al centro della stanza. Sopra c’era un vaso di porcellana costosissimo, con una rosa rossa che lo abbelliva. “Ecco il problema”, disse il Grande Maestro.
I discepoli contemplavano, perplessi, ciò che vedevano: i disegni raffinati e rari della porcellana, la freschezza e l’eleganza del fiore. Che cosa rappresentava tutto ciò? Cosa fare? Qual era l’enigma? Dopo alcuni minuti, uno dei discepoli si alzò, guardò il Grande Maestro e gli allievi tutt’intorno. Poi, si avviò risolutamente al vaso e lo scagliò per terra, mandandolo in frantumi.
“Tu sarai il nuovo Guardiano”, disse il Grande Maestro all’allievo. E non appena questi fu tornato al suo posto, spiegò: “Io sono stato molto chiaro: ho detto che vi trovavate davanti a un problema. Non importa quanto bello e affascinante esso sia, un problema deve essere eliminato. “Un problema è un problema; può trattarsi di un rarissimo vaso di porcellana, di un meraviglioso amore che non ha più senso, o di un cammino che deve essere abbandonato, ma che noi ci ostiniamo a percorrere perché ci fa comodo… C’è solo una maniera di affrontare un problema: attaccandolo di petto. In quei momenti, non si può né avere pietà, né lasciarsi tentare dall’aspetto affascinante che qualsiasi conflitto porta con sé”.


Commento di Wolfghost: sono notoriamente per la lotta, per il non arrendersi finche’ c’e’ ancora speranza, finche’ si puo’ ancora tentare qualcosa. Tuttavia possono arrivare dei momenti nel corso della vita nei quali ci si rende conto che cio’ per cui si sta’ lottando, per quanto bello e importante sia, e’ ormai perso. In quei momenti proseguire la lotta significherebbe passare da una “giusta battaglia” ad un “accanimento (non)terapeutico”; significa non essere un buon comandante, perche’ un buon comandante, per quanto valoroso e coraggioso sia, non manda mai se’ stesso e le proprie truppe incontro ad un inutile e sicuro massacro.
Un buon comandante combatte finche’ ha senso farlo ma capisce quando arriva il momento di ritirarsi e, nonostante il valore del contendere e il proprio orgoglio, sa’ aprire le mani e lasciare andare…


Senza tregua

“Un maestro zen è appeso con i denti al ramo di un albero.
Sotto, passa un monaco che gli domanda: “Spiegami che cos’è la verità”.
Se risponde, precipita e muore. Se non risponde, manca al suo compito.
Che cosa deve fare?”
(Hsiang-yen Kyogen)

Commento (non mio): In apparenza non c’è via d’uscita: parlare fa precipitare, ma il silenzio non comunica nulla a chi non è preparato. Eppure una possibilità di risposta esiste sempre, anche nelle situazioni più disperate… o forse proprio in virtù di esse. In realtà il “koan” è creato dalla mente e, finché si rimane all’interno della sua logica, non si può risolverlo. “Quando sei in un vicolo cieco,” consiglia un detto zen “cambia la tua mente; quando hai cambiato la tua mente, puoi uscirne.”

Un maestro afferma: “Anche se siete appesi a una rupe, dovete mollare la presa, aver fiducia in voi stessi e accettare l’esperienza”.

mano aperta

postheadericon Incidente a Tom :-(

Stasera Tom è stato investito da una macchina :-(

Eravamo appena rientrati da Merano e appena aperto la portiera si è precipitato incomprensibilmente dal lato opposto della piazza (rispetto a casa e i suoi luoghi abituali) attraversando la strada. Mia moglie non è riuscita a fermarlo in tempo.

Una brutta ferita e soprattutto un’importante vena della gamba che si è tranciata: ha rischiato di morire dissanguato. Per fortuna abbiamo una clinica veterinaria a 100 metri da casa e pur essendo domenica sera era aperta, l’hanno subito operato e dovrebbe essere fuori pericolo. Miracolosamente non ci sono fratture o organi interni lesionati.

Tom ha sempre vissuto da piccolo guerriero sfidando (e rischiando) cagnoni dieci volte più grandi di lui e, a volte, dandosi per interminabili minuti alla macchia per monti all’inseguimento di cinghiali, lepri e caprioli (che non raggiungerebbe mai e comunque non morderebbe mai). A mia moglie, scherzando, dicevo spesso “non capisco come ha fatto ad arrivare a 10 anni!” ed altrettanto spesso ci siamo detti che lui preferirebbe andarsene così, che di qualche malattia. Esserci quasi passati però, è altra cosa.

In questo caso francamente c’era poco da fare: sarebbe potuto sgusciare a chiunque, è questione di un attimo, però riuscire a non sentirsi in colpa è davvero difficile…

Eccolo qua il ragazzo :-) Ora dorme profondamente. Non resta che sperare che l’anestesia non lasci effetti, che la ferita guarisca bene e… che torni presto a correre… solo per parchi però!!!

postheadericon Obiettività, questa sconosciuta

L’obiettività è qualcosa della quale ognuno si fregia ma che non riconosce in nessun altro, a meno che questo non la pensi come lui. Ma esiste davvero l’obiettività nella vita di tutti i giorni?

Ogni giorno esce una notizia nuova, spesso contrastante con quelle del giorno prima. Chi gli darà retta? Chi si prenderà la briga di informarsi sull’attendibilità delle fonti vere o presunte, sempre che siano state riportate?

La verità è che succede molto raramente: ognuno dà corda e prende per buone le notizie che concordano e rafforzano la visione che aveva prima, scarta quelle che contrastano con essa. Poco importa se le fonti sono attendibili o meno.

Spesso sentiamo parlare di manipolazione dell’informazione e delle masse. Chi, in quel momento, si è mai posto il problema che forse anche lui è parte della massa e non ha invece pensato “guarda che pecoroni!” (gli altri)? Senza contare che il tentativo di manipolazione è, spesso, tutt’altro che unidirezionale; pensiamo alla politica dove ognuno dei partiti la “spara grossa” per attirare voti, promettendo innovazioni che non solo non saranno mai messe in atto, ma che tali partiti sanno fin dall’inizio non essere in grado di mettere in atto.

Senza contare che a passare da essere manipolati ad essere manipolatori il passo è breve, e ognuno lo fa molto più spesso di quanto creda.

Voi direte “E quindi?”. Semplicemente, la prossima volta che troviamo nuove notizie o nuove opinioni… pensiamoci, prima di scartarle a priori.

 

postheadericon Psicologia: la Johari window, ampliare la nostra parte pubblica

Bene, riprendo nell’operazione di recupero di vecchi post. Questo è ancora di Gennaio 2008, ed è uno dei più basati sulla psicologia tra quelli che scrissi. Esoterismo e psicologia sono stati i due miei grandi amori “conoscitivi”. All’inizio mi sembravano in antitesi ma presto, soprattutto grazie a Jung, scoprì che non lo erano affatto e che, a volte in maniera sorprendente, avevano molti punti in comune.

Oggi, a distanza di anni, la psicologia mi appare una scienza inevitabilmente inesatta, più ancora della medicina di cui, in fondo, fa parte. Sicuramente è da prendere con le dovute cautele, non come “oro colato” ma aggiungendo parecchio di personale. D’altronde lo stesso Jung diceva che con ognuno dei suoi pazienti doveva sempre cominciare da capo, perché ognuno faceva storia a sé e i “tipi psicologici” dovevano essere presi solo come indicazioni di massima. Anche le terapie o semplicemente i consigli andavano quindi addattati e non era possibile seguirli pedissequamente “da manuale”.

Tuttavia è indubbio che le basi psicologiche di massima siano simili per tutti  e dunque c’è molto da imparare dalla psicologia. Basta, appunto, sapere che non è una formula esatta e miracolosa, ma c’è molto di personale da aggiungere e lavoro da fare.

Qui trovate il link al post originale con tutti i commenti dell’epoca: Psicologia: la Johari window, ampliare la nostra parte pubblica

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Un mesetto fa’ partecipai ad un corso di comunicazione interpersonale. Fu’ un corso breve, solo un paio di giorni, ma comunque molto interessante. In realtà sapevo già gran parte di ciò che fu spiegato, ma come minimo fu’ un utile ripasso. Si parlò di PNL, di rispecchiamento e tante altre cose.

Una cosa però non la conoscevo e mi colpì particolarmente: la finestra di Johari.

Chi era Johari? … nessuno! :-D In realtà “johari” è un acronimo formato dalle iniziali degli autori di tale “finestra”. Se volete, fate una piccola ricerca su un motore di ricerca: troverete tanti siti che parlano di essa.

Johari Window 1Di che si tratta? Guardate la finestra (appunto) a fianco: essa è divisa in quattro aree, rappresentanti il grado di conoscenza che noi stessi e gli altri abbiamo sulla nostra persona:
- Area Pubblica: è ciò che di noi è conosciuto sia da noi stessi che dagli altri.
- Area Privata: è ciò che noi conosciamo di noi stessi ma preferiamo tenere nascosto agli altri.
- Area Cieca: è ciò che noi non conosciamo di noi stessi ma gli altri vedono. Com’è possibile? Bé… pensate alla vostra nuca o alla vostra voce ad esempio: voi non le conoscete, non potete vedere la vostra nuca così come la vedono gli altri, non potete sentire la vostra voce nello stesso modo in cui la odono gli altri. Vi siete mai visti in un filmato o avete mai ascoltato la vostra voce registrata? Non è vero che siete quasi irriconoscibili da come credevate di essere? ;-) Ma la cosa non si ferma all’aspetto fisico: con noi stessi spesso non riusciamo ad essere obiettivi, non accettiamo o proprio non ci accorgiamo di nostre pecche o caratteristiche. Pecche e caratteristiche che altre persone, da fuori, vedono chiaramente e oggettivamente.
- Area Ignota: è l’area dell’inconscio, ignota a noi stessi ed agli altri.

Queste aree non sono uguali come mostrato nella prima finestra che ho disegnato, sono variabili da persona a persona e perfino per una stessa persona in momenti diversi della propria vita.

Voi direte: bene, e allora?

Johari Window 2Allora la cosa che mi sorprese è che, secondo gli autori della teoria – ampiamente riconosciuta, pensate che risale agli anni ’50! – più la parte pubblica è ampia e… meglio si vive e ci si sente!

Ciò mi colpì perché io, come penso la maggior parte di voi, avevo sempre teso ad avere non solo molti segreti, ma in generale ad essere riservato ed attento, ostico alle “intrusioni altrui”. Avevo sempre pensato che meno gli altri sapevano di me, e meno avrei avuto da temere da loro.

E invece, secondo questa teoria, mi sbagliavo! :-o

La cosa mi fece riflettere parecchio, soprattutto mi ricordai di esperienze avute precedentemente, internet compreso. Alla fine capii che gli autori della Johari Window avevano ragione.

Pensateci: cos’è che vi fa’ più paura che essere “messi in piazza”? Che i vostri segreti siano scoperti e divulgati? Che qualcuno vi minacci dicendo che andrà a raccontare qualcosa di voi che tenete nascosto?
Bene… la stragrande maggioranza di cosa ciascuno di noi tiene celato… è assolutamente banale, sono cose che moltissime persone fanno o dicono. Cose normali. Eppure ci mettiamo nella condizione di avere paura che vengano divulgate. Possiamo arrivare ad avere paura perfino se, a rigore, non abbiamo nulla da nascondere.

colomba stilizzataChi è “pubblico”, invece, non ha paura di “venire scoperto”, poiché non ci sono cose che teme essere rivelate. Non solo, ma si è abituato a rintuzzare attacchi e critiche. E’ diventato abile a difendersi e non va’ più in paranoia, nemmeno di fronte alla più agguerrita minaccia di svelamento della sua privacy. Pensate ai tentativi di estorsione basati sulle minacce di rivelare qualcosa di voi. Pensate a come sarebbe bello replicare facendo “spallucce” dicendo “racconta pure, non ho nulla da nascondere”.

Ci sono persone che sono abili manipolatrici. Persone che riescono a far credere che ciò che facciamo è terribile e che, se sarà dato in pasto al pubblico, ne saremo distrutti. Ma se ci riflettiamo bene, ci accorgeremo che le cose così terribili da dover davvero essere tenute nascoste, sono davvero poche. Forse nessuna.

Non sto’ naturalmente parlando di mettere su internet i vostri dati biografici corredati di indirizzo e numero di telefono (anche se c’è chi lo fa’… molti liberi professionisti ad esempio). Ma semplicemente di aprirvi un po’ di più verso l’esterno. Di allargare la parte pubblica della Johari Window insomma.

Vi accorgerete ben presto della differenza.

Per completezza, chiudo dicendo che non solo l’area privata può essere ridotta a vantaggio dell’area pubblica, ma anche quella cieca, chiedendo agli altri un feedback su come ci vedono o facendo esercizio di osservazione distaccata nei nostri stessi confronti (più difficile ma, se si riesce, più preciso, poiché gli altri potrebbero farsi riserve a parlarci apertamente) e perfino quella ignota, cercando di portare alla luce – col tempo – qualche pezzetto di inconscio.

Conosci e… fai conoscere te stesso, insomma!;-)

postheadericon Bentornata, nonna Olga! :-)

Questo post è dedicato ad una persona speciale, la nonna 94enne di Lady Wolf che oggi è tornata a casa dopo essere finita in ospedale per una polmonite scambiata, per noncuranza del medico di famiglia, per una banale bronchite. Tutti abbiamo temuto per il peggio, ma lei ne è uscita fuori in maniera sorprendente :-) Un mio collega qualche anno fa’ espresse la sua idea che una persona, sorpassata una certa età, diventa una specie di “Highlander”, letteralmente “immortale”, ma inteso nel senso che può arrivare ad età sorprendenti. Mi sto accorgendo che aveva ragione ;-)

Nonna Olga ha due sorelle, una di 90 e l’altra di 96 anni. Ovviamente ognuna ha i suoi acciacchi, curiosamente diversi da ciascuna delle altre, ma sono sempre lì a farmi pensare “Queste mi seppelliranno!” :-P

Dovete sapere che il mio carattere, parlando di attaccamento famigliare, è molto simile a quello di mia madre, e parecchio distante da quello di mio padre. Mio padre amava le grandi tavolate famigliari, essere tutti assieme a pranzo e a cena – quando il lavoro lo permetteva – e ricevere e visitare parenti, avendo con loro rapporti assidui e stretti.

Mia madre…vi basti un anneddoto.

Anni fa’ saltò fuori un problema legato alla casa che fu’ dei suoi genitori, una piccola casetta in un paesino dei monti liguri vicina al confine con la Francia. Quando morì suo fratello, che lentamente stava cercando di sistemarla, la casetta fu’ definitivamente lasciata a sé stessa, per noi era troppo distante, agli altri parenti sembrava non interessare. Le chiesi se voleva che cercassi di contattare suo fratello che, a quanto ricordavo, viveva a Nizza. Lei rispose sbottando “Uh, era più vecchio di me! A quest’ora sarà già morto!”, e chiuse il discorso :-D Per la cronaca la casa fu poi occupata, acquisita in usofrutto, demolita per far posto ad una villetta, poi venduta agli olandesi (moltissime case abbandonate sui monti liguri finiscono a tedeschi e soprattutto olandesi). La stessa fine aveva fatto il terreno, un uliveto: acquisito dal Comune e dato chissà a chi…

Anni fa arrivai a coniare il pensiero “Il mio albero genealogico ideale sono io e una nuvola vuota attorno!” :-D

Nel 2003 morì mio padre. Nel 2006 mia madre. I miei nonni li avevo persi molti anni prima. Molte cose avevo dimenticato, come l’essere in famiglia il giorno di Natale (per inciso, è anche il giorno del compleanno di Nonna Olga ;-) ).

Poi arrivò Lady Wolf e dopo qualche mese conobbi la sua famiglia lato madre, purtroppo scomparsa prematuramente quando lei era ancora bambina. Nonna Olga mi conquistò subito, per la sua simpatia, per il suo modo di essere schietta e diretta. Per essere una persona che è passata attraversi tempi duri, dove non esistevano orari di lavoro, dove un’età minima per iniziare a sgobbare non c’era, che ha visto gli orrori della guerra, che ha perso il compagno dopo una lunghissima ed estenuante malattia, era sorprendente per me trovarla così serena e, a suo modo, moderna.

Certo, l’impostazione “di altri tempi”, inevitabilmente si vede. Non credo sia stato sempre facile per Lady Wolf andarci d’accordo in passato, d’altronde tra le due corrono poco meno di 60 anni. Ma anche quando sono distanti – viviamo a 440 chilometri di distanza – il loro attaccamento reciproco è evidente… e contagioso :-)

Insomma, grazie a loro ho riscoperto alcuni valori della famiglia, come il piacere del Natale ad esempio, e non è poca cosa.

Vero, resto un “orso”, ma sono fatto così, che ci volete fare? :-)

Comunque Nonna Olga stamattina è tornata a casa. E ne siamo tutti entusiasti e felici :-)

 

 

 

postheadericon Lady Wolf, l’esemplificazione del mondo del lavoro in Italia

Salvo una eccezione nella quale ufficialmente ritenuta non sufficientemente aggressiva per la parte di recupero crediti, Lady Wolf, trentaseienne, ha cambiato numerosi lavori, sempre per sua scelta e sempre raccogliendo complimenti per il suo lavoro e rimpianti per quando se ne andava. Lady Wolf di fatto è una gran lavoratrice, con forse i soli difetti di un esagerato senso del dovere e di non essere molto capace di far valere i propri diritti, ma questi sono difetti per il lavoratore non per il datore di lavoro. Eppure a fine gennaio Lady Wolf sarà senza lavoro e senza alcun paracadute economico, ovvero senza incentivo all’uscita o mobilità. Com’è possibile?

Lady Wolf, pur avendo in passato lavorato in ambiti diversi, da tre anni ha un impiego part time nell’ufficio di un commercialista.

Pur essendone stata inizialmente entusiasta, nel tempo le cose si sono guastate.

Come ogni commercialista o assistente commercialista sa, questo lavoro è parecchio pesante, soprattutto nell’imminenza delle scadenze rese ancora più confuse, in questi ultimi anni, dal continuo cambiamento di leggi e regolamenti. Ad una assistente vengono richiesti orari elastici, corse – puntualmente fuori orario – per le consegne di raccomandate e documenti, ferie e permessi in accordo con lo scadenzario, assoluta concentrazione sui propri e altrui calcoli e compilazioni, e molto altro ancora.

Il lavoro è pesante, ma questo Lady Wolf l’ha sempre saputo e non si è mai tirata indietro. Ma, perché un “ma” ci doveva essere, Lady Wolf, pur non chiedendo mai nulla, ha sempre preteso di essere riconosciuta e rispettata nel proprio lavoro. Invece si è ritrovata il classico atteggiamento da “C’è crisi, corri e stai zitta che un altro lavoro oggi non lo trovi” non espresso a voce ma nei fatti: niente riconoscimenti, né a parole né economici, promesse mai mantenute di cambio di fascia oraria lavorativa più favorevole, straordinari non pagati se non molto raramente e quasi a titolo di premio, richieste di attività che nulla c’entrano con l’impiego, stipendi slittati sempre più in avanti e tredicesima pagata in ritardo. Sottolineo che stiamo parlando di uno studio che certo ha visto tempi migliori, ma che sicuramente in crisi non è.

Alla fine, dopo tanti “rospi ingoiati”, Lady Wolf ha autonomamente deciso, con il mio pieno appoggio, di lasciare il lavoro, cosa che comporta l’impossibilità di accedere alla mobilità e agli incentivi e la retrocessione in fondo alle liste dei centri per l’impiego, cosa che tocca a chi non viene licenziato ma lascia il lavoro di propria volontà, indipendentemente dalle cause che hanno determinato tale scelta.

Non conosco personalmente il datore di lavoro in questione, ma da quanto mi è stato detto mi sono fatto l’idea che non sia del tutto consapevole di cosa è successo, sono convinto che creda di aver agito per il meglio nonostante l’evidenza oggettiva dei fatti. Credo che a modo suo sia esso stesso una vittima – anche se a pagare non sarà lui, se non per il disturbo della ricerca e la preparazione di una sostituta affidabile per il ruolo lasciato vacante – della credenza, che il perdurare della crisi insinua, di essere in diritto di chiedere qualunque cosa al lavoratore senza dare nulla in cambio se non il minimo sindacale, nemmeno un “grazie” o un complimento per il buon lavoro svolto. Di essere incapace insomma di capire che non tutto è “dovuto” e di riscoprire il valore della riconoscenza, non necessariamente in termini economici. A Lady Wolf questo sarebbe bastato.

Mi sento tanto Fantozzi quando sogno che un giorno questa crisi – ormai soprattutto italiana – finirà, il mercato del lavoro ripartirà e datori di lavoro del genere, incapaci della seppur minima buona gestione del personale, dovrà rivedere le proprie posizioni o adeguarsi ad avere lavoratori scadenti perché quelli bravi saranno andati altrove.

Ma, francamente, persino uno che esterofilo non lo è mai stato, come me, inizia a vedere agli altri paesi europei come componenti di un treno dal quale la vetusta carrozza italiana si è staccata ed è ormai troppo lontana per riuscire a riagganciarsi. L’Italia, come un pugile suonato, cerca ormai solo di limitare i danni, la risalita è un’altra cosa.