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"L'uomo è nato per vivere, non per prepararsi a vivere" - Boris Pasternak
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... ma non dimentico le 398.200 visite raccolte sull'ormai defunta piattaforma Splinder da settembre 2007 a gennaio 2011! Un grazie a tutti i visitatori! :-)

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postheadericon Le battaglie della nostra vita – … e fine trasloco!

Oggi abbiamo finalmente riavuto l’ADSL (alleluia!), poi, approfittando del pomeriggio libero (ero tornato a casa per controllare che la connessione fosse davvero stata attivata) ho montato una piccola mensola che adesso ospita una delle piante, poi ho fissato un portachiavi, una presa multipla per gli accessori del PC alla scrivania, poi… ah, sì, un altro orologio da parete, sono ormai 5! :-D No, non siamo “fissati”, è che mi dispiaceva liberarmene dato che nella casa precedente avevamo tre stanze in più. Piccole cose da fare ne rimangono, ma iniziamo a vedere la fine :-)

Non ho ancora granché tempo per Wolfghost (e soprattutto per Adottauncucciolo, povero :-( Solo oggi abbiamo potuto riniziare a mettere qualche appello…), così stasera ripesco un post del Novembre 2007, si chiama “Le battaglie della nostra vita” e il link originale, inclusi i commenti dell’epoca si trovano qua: Le battaglie della nostra vita

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LLe battaglie della nostra vita

Possono essere battaglie contro un nemico che è fuori o dentro di noi, un nemico in carne ed ossa, col quale non è possibile dialogare, costituito da una persona o da un “sistema”, oppure un fantasma che appare e scompare inafferrabile nella nostra testa e che infesta i nostri sogni e le nostre speranze.

Possono essere le sfide del cambiamento, o quelle per resistere in una situazione ingrata.

Non tutte le battaglie sono da combattere pero’. Bisogna avere la saggezza di non buttarsi in sfide inutili, che non possono essere vinte, oppure di così scarsa importanza da non valere l’energia ed il tempo che gli si dedicherebbe.

S. Giorgio che lotta col drago - 1505 -  Raffaele Sanzio

Ci sono battaglie che proprio non possiamo permetterci di perdere; altre per le quali vale la pena di combattere perché, anche se possiamo essere sconfitti, sarebbe un disonore per noi stessi non avere nemmeno il coraggio di ingaggiarle nonostante la loro importanza.

Non permettiamo alla nostra inerzia, alla sfiducia in noi stessi, al “quieto vivere”, alla paura di non farcela, di non mettere tutto noi stessi, corpo, cuore ed anima, nelle sfide che possono davvero cambiare la nostra vita.

Al di là del risultato, chi non combatte, le ha già perse in partenza.

postheadericon Chiuso (per un paio di giorni) per trasloco! :-D

Ebbene sì, finalmente l’ennesimo trasloco è arrivato! :-P Se sembro contento è perché anche se la preparazione è stata meticolosa, con tanto di diagramma con date e attività da fare, e questo ci ha aiutato a non dimenticare nulla, è stata davvero lunga e faticosa, al punto che non vedo l’ora di aver “saltato il fosso” nella giornata di domani (oggi, per voi che leggete). Da domani sera saremo residenti nella nuova cittadina, torno vicino al mio mare! Anche se certamente dovremo ancora far un po’ di spola per sistemare e portare le ultime cose.

La cosa che ci preoccupa di più? Numetta! La gattina in primo piano nella foto a fianco (quella più distante dall’acquario) :-| Anche se è tanto affettuosa, è rimasta un po’ selvatica e riuscire a metterla nel trasportino è sempre una battaglia per tutti, per noi e per lei. Speriamo bene! Non vorrei si facesse male (se noi ci becchiamo qualche graffio pazienza! :-D ). Certamente tra lei, Julius e Sissi (e Tom), sarà un bel concerto durante il viaggio verso la nuova destinazione! :-P A seguire nelle preoccupazioni, bé c’è l’acquario. Spostare un acquario è sempre un’impresa, spero anche in questo caso che non si faccia male nessuno (dei pesci, naturalmente): bisogna “pescarli” e metterli in appositi contenitori riempiti con la stessa acqua dell’acquario; svuotare lo stesso ma non completamente (le piante devono stare in ammollo) e l’acqua recuperata va tenuta in apposite taniche perché servirà a non fare un eccessivo cambio d’acqua che farebbe male ai pesci.

Bene, meglio che vada a nanna, dato la giornata campale che ci attende!

Da domani ci troverete qua ;-) :

http://it.wikipedia.org/wiki/Arenzano

 

postheadericon La vita è una partita a scacchi… e pure un trasloco ;-)

Ho sempre pensato che in ogni cosa, perfino in un gioco,  mettiamo noi stessi. Certo, l’importanza della posta in gioco è diversa, eppure come ci comportiamo in una cosa di apparente poco conto, così, o almeno in modo similare, ci comporteremo nelle cose importanti. Ecco perché credo che perfino dalle cose piccole possiamo imparare importanti aspetti di noi stessi, del nostro modo di affrontare la vita, del nostro modo di agire. Studiandoci sopra, potremmo migliorare non solo ciò che stiamo facendo, che sia importante oppure no, ma anche come agiremo nelle nostre sfide future.

Ecco allora quanche altro pensiero nato dall’osservazione della preparazione al prossimo trasloco, previsto per il 16 di Luglio, e… delle solite partite a scacchi :-)

1) Se non ne avete voglia, non avete tempo, siete di fretta… lasciate perdere.

Le cose richiedono concentrazione ed entusiasmo per funzionare bene. Alcune sfide tocca affrontarle lo stesso ma, per le altre, non siete obbligati. Perché fare qualcosa che non vi va veramente di fare o che sapete già avere buone probabilità di fallire a causa dello scarso tempo che potrete dedicargli?

2) Chi ben comincia è davvero a metà dell’opera…

Spesso non si vede l’ora di andare al nocciolo della faccenda, eppure iniziare con il piede sbagliato, errare le prime mosse, da’ un vantaggio all’avversario, che sia umano o il caso, che spesso si rivela irrecuperabile. Forse sarete obbligati a combatterla comunque, non sempre si può “abbandonare la partita”, e magari sarà anche una sfida che tirerete a lungo, sempre tesi all’inseguimento a causa di quell’errore iniziale. Ma, sotto sotto, sapete già di aver persa in partenza. Un vero peccato.

3) … ma l’altrà metà della strada è lunga: mai calare l’attenzione.

Bene sarebbe, quando possibile, avere una strategia, o meglio ancora un set di strategie a seconda di come si mette la vostra sfida. Vivere alla giornata è senz’altro una bella proposizione, ma spesso non è proprio il modo migliore di affrontare le sfide. Inoltre, non solo si deve fare mente locale alle mosse da fare il più possibile in anticipo, ma bisogna sapere che per quanto ci si sia preparati, il vento può cambiare e bisogna essere pronti a prendere una nuova rotta per arrivare alla meta prevista. Scorgere una tempesta in avvicinamento ma non fare nulla per evitarla perché ormai si è tracciato la rotta, non può che portare ad “una tremenda sciagura” (citazione dal film “The Mothman Prophecies” :-D ).

4) Ogni partita è una storia a sé.

E’ un po’ un corollario del punto precedente. L’esperienza è utile, ma non può giocare al posto vostro. L’esperienza è solo una parte di ciò che serve. Anche se avete vinto le dieci partite precedenti, una mossa inaspettata, del vostro avversario o del fato, non solo è possibile, ma perfino probabile. Aspettarsi che tutto fili liscio, che il mare sia sempre piatto come una tavola e il vento sempre a favore, è quasi sempre una pia illusione. Quindi… occhi aperti!

5) Spesso è proprio nell’ultimo tratto che si commettono errori fatali.

Non se ne ha più voglia, la fine è a un passo e ormai sembra impossibile che qualcosa possa andare storto. E poi, come ben sa chi ha fatto la leva militare, negli ultimi metri di un percorso un sassolino pesa come un macigno, e un giorno è lungo cento. Quando si è in questo stato d’animo, è molto facile lasciarsi andare e… essere infilati in contropiede ;-)

 

Bé, mi rendo conto che la morale è: attenzione all’inizio, attenzione nel viaggio, attenzione alla fine. E’ dura, lo so :-D

postheadericon La fortuna dei principianti

Un po’ di tempo fa, diciamo un annetto, ripresi a giocare a scacchi dopo molti anni. Ancora adesso, anche se poco, sempre per via del tempo a disposizione, ogni tanto una partitina me la faccio :-) Purtroppo Lady Wolf non sa giocare a scacchi – e comunque non ne avrebbe la pazienza :-D – così gioco contro un programma online.

Iniziai presto a vincere facilmente le partite al livello per principianti (bé… ero parecchio arrugginito, per cui iniziai dalla “base” :-) ). Poco dopo seguì il livello intermedio… ma il livello avanzato mi era parecchio ostico.

Poi, un bel giorno, vinsi la prima partita del livello avanzato. E dopo la prima seguì presto le seconda, e poi la terza e la quarta :-) Iniziai a bearmi della mia bravura e… per un sacco di tempo non ne vinsi più nemmeno una! :-P

Mi venne così in mente un altro episodio. Ero in vacanza a Maiorca con degli amici ai tempi dell’università. Una sera, sulla passeggiata che condiceva al mare, decidemmo di cimentarci in uno di quei giochi che simulano la pallacanestro: ti arriva una palla dopo l’altra e devi riuscire a centrare il canestro. Io ero l’ultimo ad effettuare la prova. Non avevo mai giocato a basket in precedenza quindi non mi aspettavo di fare bella figura. Comunque iniziai e… il primo pallone si infilò perfettamente, e dopo di quello un altro e altri quattro consecutivamente! I miei amici erano stupefatti e, ovviamente, vista la fascia di età, anche palesemente invidiosi. Immagino di essermi esaltato e… inutile dirvi che non ho messo più dentro una palla che fosse una! :-D

Credo che nella vita molte cose non siano affatto così difficili come crediamo ma la nostra mente ci mette del suo. Partiamo liberi e sgombri, ma presto iniziamo ad aggiungere stati emotivi che minano ciò che stiamo facendo.

Può essere la supponenza di essere bravi, quasi infallibili, a farci crollare lo stato di attenzione facendoci così fallire. A quanti succede di commettere errori stupidi proprio in ciò che hanno fatto mille volte senza sbagliare? Purtroppo a volte errori anche drammatici, come incidenti automobilistici. Ricordo ad esempio che all’università non sbagliavo mai i calcoli difficili ma quelli del tipo “2+2″. Una rabbia… :-P

Altre volte iniziamo a caricare ciò che stiamo facendo di aspettative che ci appesantiscono e rendono insicuri. Quello che prima era solo un gioco o che comunque, essendo principianti, ci perdonavamo di sbagliare, diventa una sfida da non fallire. In queste condizioni spesso si cade.

L’esempio della guida è di nuovo buono.

Quando arrivai alla maggiore età fu il momento di prendere la patente. A differenza di altri io non avevo mai provato a guidare in precedenza, magari con il papà su una strada di campagna, quindi cercavo di capire come riuscire a evitare i pericoli e fare sempre le manovre corrette. Ricordo che tentavo perfino di “predire” i momenti successivi, ovvero di portarmi avanti con la mente al tratto di strada che vedevo in lontananza, in modo da prepararmi. Inutile dire che questa invasione della mente razionale in un processo che richiede uno sforzo si di attenzione, ma non “ragionata”, non poteva funzionare. E’ come camminare pensando in ogni momento il movimento da fare con le gambe: non credo riusciremmo a muovere più di qualche passo.

La nostra parte razionale, il nostro tentativo di controllo totale ci mina. E’ un autogoal. La vera attenzione è solo essere in ciò che si fa, non ragionarci sopra in ogni momento con uno sforzo immane e controproducente.

In automobile non abbiamo bisogno, per fortuna, di riflettere su ogni mossa, con la velocità con cui viaggiamo sarebbe impossibile. Dobbiamo solo evitare di distrarci portando l’attenzione su altre cose. La vera attenzione non comporta sforzo. Se ci stiamo sforzando, vuol dire che qualcosa non va, che non ci fidiamo di noi stessi e cerchiamo di autocontrollarci con la ragione. Ma di solito non funziona.

postheadericon “Wolfghost” ha fatto il suo tempo?

Non sto per chiudere il blog, non ancora almeno, tuttavia riconosco che Wolfghost forse ha fatto il suo tempo. Lo dico senza rimpianto e senza tristezza: ogni cosa nella vita ha una sua collocazione, una sua ragione, una sua importanza che nel tempo può cambiare.

Nel caso di Wolfghost trovo che il cambiamento si debba ad almeno tre motivi.

Il primo è il tempo che si dedica al proprio blog. Nel mio caso, la nuova occupazione in azienda ha drasticamente ridotto il mio tempo libero. In ufficio non ho nemmeno un minuto, dalla mattina alla sera è un tour de force, tra tagli aziendali che ci hanno fortemente sottodimensionati (ma c’è ancora chi riesce a “pettinare le bambole”… quelli non mancano mai) e gente ipocrita che finge di essere disponibile, per poi sparire alla prima richiesta. Quando io, Lady Wolf e i nostri animalotti avremo traslocato nella nuova e ridente cittadina, credo che farò più di un pensierino ad un radicale cambio di rotta. La sera poi, sono così stanco e tirato che il poco tempo libero generalmente preferisco dedicarlo ad altro. Alla mia famigliola ad esempio :-) O a un po’ di ginnastica o di Yoga. E per il blog, di tempo, ne resta davvero poco.

Se non dedichi tempo al blog, devi essere una persona famosa affinché il tuo blog continui a vivere lo stesso. Ci sono persone che possono pubblicare le previsioni del tempo e non curarsi minimamente di leggere e controcommentare i commenti ricevuti (figuriamoci contro-visitare) perché il proprio blog sia sempre pieno di visite. Io non sono tra queste. E questo è il secondo motivo.

Il terzo motivo è che ho detto tante cose in questi anni, forse tutto e il contrario di tutto. Vero che anche ripropormi, visto che in molti non hanno letto i miei primi post, mi aiuta a fare “i ponti” in periodi di stanca. Ma non mi da molto, anche se mi diverte rileggere cosa io stesso e i commentatori di allora pubblicavamo :-)

Ci penserò. Magari troverò una formula più sbrigativa fino a quando questo periodo non sarà passato, forse in forma di “aforisma”. Chissà :-)

Ma anche un domani dovessi decidere che il tempo di Wolfghost è finito… bé, non sarebbe una tragedia. Le tragedie, lo sappiamo benissimo, sono altre.

postheadericon Mantenere il dialogo

Nel novembre 2007, come alcuni di voi rammenteranno, visto che li ho tormentati per anni, iniziai a pubblicare dei brevi racconti di Paulo Coelho che utilizzavo come spunto per parlare di argomenti che mi interessavano. Coelho, che all’inizio trovavo interessante, è andato sempre più scemando nelle mie preferenze, tanto che ormai è da molto tempo che non riesco più a finire nemmeno uno dei suoi libri :-) Cos’è cambiato? Bé, certamente io, ma è cambiato anche il suo stile: leggero e scorrevole un tempo, è diventato… forzatamente ricercato, sia nei contenuti che nella prolissità. Ovviamente è questione di gusti, ma a me piaceva come sapeva dare messaggi importanti, anche se a volte banali, con semplicità, in modo che fossero alla portata di tutti. Ora è diventato… uno scrittore qualunque. O almeno così lo vedo io.
Il link all’articolo di allora, con i commenti che raccolse, è qua: Mantenere il dialogo
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L’importanza di mantenere il dialogo di Paulo Coelho
La moglie del rabbino Iaakov era considerata da tutti i loro amici una donna molto difficile: con qualsiasi pretesto iniziava una discussione. Iaakov, però, non rispondeva mai alle provocazioni. Fino a quando, al matrimonio del loro figlio Ishmael, mentre centinaia di invitati stavano festeggiando allegramente, il rabbino cominciò a offendere sua moglie, ma in maniera tale che tutti, alla festa, potessero accorgersene.
“Che cosa è successo? – domandò un amico di Iaakov, quando gli animi si furono rasserenati – Perché hai abbandonato il tuo costume di non rispondere mai alle provocazioni?”.
“Guarda com’è più contenta”, sussurrò il rabbino, indicando sua moglie. In effetti, ora sembrava che la donna si stesse divertendo alla festa.
“Ma avete litigato in pubblico. Io non comprendo né la tua reazione, né la sua”, insistette l’amico.
“Alcuni giorni fa, ho capito che ciò che più turbava mia moglie era il fatto che io mantenessi comunque il silenzio. Agendo così, sembrava che la ignorassi, che prendessi le distanze da lei con sentimenti virtuosi e la facessi sentire meschina e inferiore. Visto che l’amo tanto, ho deciso di fingere di perdere la testa davanti a tutti. Così lei ha capito che io comprendevo le sue emozioni, che ero uguale a lei, e che ancora voglio mantenere il dialogo”.

 


Mi sono servito di un altro breve racconto di Coelho per parlare del potere del Dialogo.
Qualche anno or sono, ebbi un colloquio con un noto psicoterapeuta genovese. Mi disse una frase che mi colpi’, ma in fondo pote’ farlo proprio perche’, come spesso accade, quella frase “era gia’ dentro di me”, seppure inespressa in parole: “Chi e’ troppo buono, si attira le cattiverie del partner”.
Cosa voleva dire? Che chi – per quieto vivere o perche’ ingenuamente pensa davvero che si possa sempre evitare lo “scontro” – e’ troppo “accomodante”, finisce spesso per innervosire il partner che magari ha invece bisogno dello scontro verbale per tirare fuori qualcosa che cova pericolosamente dentro di lui e che non riesce ad esprimere serenamente. Il “rifiuto” del partner a “dialogare” con queste modalita’, viene percio’ percepito come un “fare orecchie da mercante”, come mancanza di carattere o, come dice il Rabbino nel racconto, addirittura come altezzosa virtuosita’. E cosi’, quello che potrebbe essere risolto con un innocuo litigio chiarificatore, rischia di trasformarsi in una sorta di tragedia emotiva che travolge entrambi e rischia di essere difficilmente recuperabile.
Recentemente ho capito che le persone “di polso” non sono necessariamente quelle che alzano la voce, e’ vero, ma sono comunque quelle in grado – in caso di necessita’ – di intavolare un discorso e prendere decisioni grevi, anche sapendo che queste potrebbero non essere apprezzate scatenando cosi’ reazioni indesiderate.
Meglio ingaggiare una battaglia una tantum che arrivare ad una guerra dalla quale difficilmente qualcuno torna vincitore.
zuffa

 

postheadericon Essere se stessi vuol dire… (Lovely Blog Award)

Come sapete sono piuttosto refrattario ai “premi” del mondo dei blog, tuttavia l’amica Manuela (blog Il padiglione d’oro) proponendomi il suo “Lovely Blog Award” pone una domanda interessante e che merita di essere raccolta: “Essere se stessi vuol dire…”. Accolgo perciò l’occasione per lanciarmi in questo argomento (non temete, non nominerò dieci di voi per altrettanti award :-P anche se ringrazio sentitamente l’amica Manuela per il suo ;-) ).

Perché trovo interessante la domanda “cosa vuol dire essere sé stessi?”, bé, ovviamente perché me la sono posta molte volte e non sono mai arrivato ad una conclusione definitiva :-) Il punto è capire cosa, o meglio chi sia questo “se stesso” :-) la risposta è tutt’altro che scontata.

Capire chi si è veramente è la base di partenza per capire dove si vuole andare e cosa si vuole ottenere fuori dai condizionamenti sociali e parentali. Quante volte infatti ci sentiamo dire che una certa cosa non la vogliamo veramente ma che crediamo soltanto di volerla perché qualcuno, fuori da noi, ci ha condizionato a volerla? Il punto è: ma esiste davvero quel qualcuno, quell’essenza al di là dei condizionamenti che stiamo cercando, oppure noi siamo soltanto il nostro passato, ciò che abbiamo appreso, e non esiste alcun foglio bianco pre-esistente agli scarabocchi che il mondo ci ha scritto sopra?

Per i buddhisti e gli induisti l’Io, quell’entità che dal giorno della propria nascita apprende e con la quale ci identifichiamo, non esiste, è solo un’illusione: non c’era prima e non ci sarà dopo. Ma in fondo anche da un’ottica puramente materialista il discorso non cambia: se  noi prima della nascita non esistevamo – ne esisteremo dopo la nostra morte – allora non possiamo prescindere da ciò che abbiamo imparato nel corso della nostra vita e dunque dai condizionamenti del nostro ambiente. Noi siamo il nostro ambiente. Ma allora tutto è valido e tutto non lo è. Possiamo decidere di essere nati predestinati a diventare filantropi oppure tronisti (ammesso che un tronista non possa essere filantropo): nessuno può dimostrarci che così non è.

In fondo cosa siamo e cosa vogliamo diventare è una mera scelta. E allora, visto che un essere pre-esistente e predestinato non esiste, vien da dire che ognuno sia ciò che sente di essere, almeno eviterà di vivere con il conflitto interiore dato dalla contrapposizione di ciò che si vuole e ciò che si ritiene esser giusto.

Tornando al buddhismo e all’induismo – ma non solo – esisterebbe poi un coscienza universale della quale noi e il nostro intero mondo saremmo solo manifestazioni materiali temporanee, destinate a scomparire per tornare a fonderci in essa. Tuttavia questo concetto sarebbe così al di fuori della nostra portata dall’essere inconoscibile, possiamo solo accettare che ciò che vediamo e sentiamo sono solo costruzioni di questa mente universale.

Guardate che non è così impossibile :-) La fisica quantistica asserisce che dobbiamo accettare un grado di inconoscibilità della materia oltre al quale non possiamo andare. Cosa siamo macroscopicamente lo sappiamo, ma le componenti ultime nostre e dell’universo tutto sono talmente strane e irraggiungibili dal pensare che mai riusciremo davvero a comprenderle. Pensate che secondo le ultime teorie, che probabilmente saranno cancellate in qualche anno da teorie ancora più strane, tutto l’universo sarebbe composto dall’interazione di minuscole stringhe di energia (proprio “stringhe”, ovvero a forma di stringa come i lacci delle scarpe), così piccole da essere non solo invisibili, ma dal sapere che sempre resteranno tali. Cosa c’è dietro queste stringhe… non ci è dato di saperlo, tuttavia molti scienziati ormai concordano nel dire che noi e tutto l’universo che possiamo percepire siamo solo… effetti collaterali marginali di un qualcosa che non possiamo vedere. Altro che credere di essere al centro dell’universo :-)

Ma alla fine di questa strampalata dissertazione, cosa rispondo all’amica Manuela? Che essere se stessi non può che voler ragionevolmente dire avere la forza di difendere le proprie scelte, almeno finché si sente di volerle abbracciare – che non è detto essere per sempre, respingendo i tentativi altrui di farci cambiare se questi non reggono alla nostra personale percezione.

Perché una scelta universalmente giusta ed una universalmente sbagliata non esistono.

E quindi… che ci lascino percorrere in pace la nostra strada. Ovviamente se questo non comporta danneggiare nessuno, va da sé.


Vasco Rossi – Dannate Nuvole by paole84tto

postheadericon Il “no” in amore

Bene, dopo essere andato vicino al record di assenza di nuovi post :-D rieccomi qua :-) Ripeto spesso, ormai da tempo, che faccio fatica ad essere presente sul blog mio e altrui: lavoro stressante, problemi famigliari con persone della mia famiglia di origine, un paio di visite mediche in vista e… udite, udite… un nuovo trasloco alle liste! :-D Non vi preannuncio nulla, ma credo che prossimamente scoprirete la nuova cittadina che ci ospiterà… speriamo stavolta per un periodo un po’ più lungo! ;-)

Il post che recupero oggi è di inizio Novembre 2007. Qui di seguito trovate il link al post originale: Il “no” in amore. In questo post iniziano a comparire alcuni amici che ancora oggi mi seguono, sono tre, di cui due che ormai leggo di rado ed una con la quale lo scambio è ancora assiduo (sto parlando di te, Alessandra ;-) ). Ce ne sono poi un altro paio che hanno ancora un blog attivo ma che ormai l’hanno abbandonato da un po’.

Comunque si parla di rifiuto in amore, un argomento che quasi tutti, almeno una volta nella vita, hanno conosciuto. Infatti il post ebbe un discreto successo all’epoca ;-)

Vi lascio al post :-)

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Oggi torno un po’ all’antico. Chi mi conosce da più tempo, sa’ che quello dell’amore e delle sue afflizioni è un tema a me caro, forse perché capisco che nulla, come l’amore, ha implicazioni così profonde nell’animo e nella mente umana. Esso investe tutte le sfere: l’emotività, l’intelligenza, la fisicità, l’ego…

disperazioneIl passato, presente e futuro spesso dipendono da un “no” in amore o, meglio, da come si reagisce ad esso.

Ho sempre trovato, a mente lucida, incredibile, quasi folle, come per molte persone sia difficile accettare un “no” in amore. E’ come se sopraggiungesse un vero e proprio blackout delle facoltà intellettive: non si riesce a prendere quel “no” per quello che è, ovvero un “normale” rifiuto; non possiamo piacere a tutti in fondo, non è vero? Nessuno sarebbe solo al mondo, anzi si creerebbero conflitti parossistici: ad ogni angolo si incontrerebbero persone che si vorrebbero come partner, con buona pace del precedente!

Tutti sappiamo che l’amore, quello vero, se non è un miracolo, è comunque difficile: è tutt’altro che facile “incontrarsi”. Eppure… quel “no” diventa un trauma ed un dramma. Non rappresenta solo, dicevo, un rifiuto normale, che puo’ anche starci in fondo, diventa il metro di una presunta inadeguatezza, come se ci venisse detto “tu non vali niente”, “tu non sei nulla”. Forse si rivive in quel momento la paura dell’abbandono o del rifiuto da parte dei genitori nell’infanzia, paura che più gente di quel che si pensa ha provato: basta l’allontanamento dei genitori, magari semplicemente per motivi di lavoro, per creare nel bambino l’ansia di essere stato da essi (anche da uno solo) abbandonato, di non essere voluto. Il bimbo infatti, fino ad una certa età, non è in grado di capire che il genitore si è allontanato solo momentaneamente e che tornerà; esso puo’ viverlo ogni volta come un abbandono. Pare che la reiterazione di questo “piccolo trauma” possa alla lunga diventare più dannoso di un grande, evidente, trauma.

Quale che sia la ragione scatenante, ecco allora che si inventano le più disparate supposizioni ai motivi di quel “no”, perché l’idea che quella persona semplicemente non ci ama è del tutto – e incomprensibilmente – inaccettabile. Di volta in volta “non sa’ amare”, “ha un blocco”, “ha problemi in famiglia”, “c’è una terza persona”, “è gay”, … Si potrebbe continuare a lungo. Quanto tempo ed energia sprecate per evitare di ammettere che siamo normali esseri umani, che possono essere amati, non amati o amati da chi magari non amiamo noi.

Eppure… quanti “no” in amore abbiamo detto noi? Magari più di quelli ricevuti. Ma non ci fermiamo quasi mai a riflettere sul perché abbiamo detto un “no”: che ragione c’è? Sappiamo benissimo che semplicemente quella persona non “ci prende”. Viceversa, quelli ricevuti… no, quelli devono avere qualche ragione recondita, perché noi meritiamo senz’altro di essere amati, anche da quella persona alla quale evidentemente la cosa non interessa…

postheadericon Jonathan, un nuovo amico

Come avevo certamente già scritto, e forse voi letto, nel parco del quartiere di Genova dove abitavamo fino ad un paio di anni fa, c’è una numerosa colonia felina. Quando abitavo lì evitavo di avvicinarmici troppo perché sapevo che altrimenti avrei finito per affezionarmi :-) Lady Wolf però iniziò a farsi qualche amichetto tra di loro, me li presentò e così mi trovai presto coinvolto ;-)

Iniziammo a portare un po’ di pappa ogni tanto a questi mici “storici”, erano tre esattamente: Sic, un tigrato con l’occhio un po’ sbrincio ma molto simpatico e affettuoso, Nerina, una gatta nera con una voce squillante e un bel caratterino dominante, e Squamotta, una gatta a “squame” nere e marroni con dei problemi di salute che, purtroppo, ci ha lasciato l’anno scorso.

Per varie ragioni, tra le quali la chiusura al pubblico del giardino all’italiana del parco che ci fece ritrovare tutti al di fuori di esso, il numero di gatti che usufrivano del pasto serale aumentò via via fino ad arrivare a venticinque/trenta gattonzoli che conosciamo uno a uno, a quasi tutti abbiamo dato un nome :-)

Ogni tanto c’è un nuovo arrivato. Ogni tanto, purtroppo, qualcuno non si vede più.

Adesso che non abitiamo più in zona riesco a passare solo ogni due o tre giorni, verso la tarda sera, ma loro per fortuna non dipendono da me, ci sono le gattare che ci passano ogni mattina, diciamo che il mio è solo uno spuntino in più.

Ogni tanto, soprattutto nei mesi primaverili e estivi nei quali il parco resta aperto fino alle 19,30, con me viene il fido Tom. Lui è cresciuto con un gatto e, da anni, convive con tre di loro, i nostri Sissi, Julius e Numa. I gatti del parco ormai lo conoscono, soprattutto quelli più “anziani” che lo vedevano molto più spesso i primi due anni. Lui conosce loro. Così, quando vado al parco assieme a Tom, alcuni dei gatti vanno addirittura a dare il benvenuto a lui, anziché a me :-) Forse lo hanno identificato come colui che porte le crocche, o magari gli è davvero simpatico, chissà! :-P

Nella foto, quello più vicino a Tom è Numetto, così chiamato per la somiglianza con la nostra Numetta di casa: anche lui è un tigrato dalla punta di coda bianca, e anche lui parla poco… anzi, non parla per nulla, apre la bocca come se miagolasse ma non si sente niente :-D Ha una autentica predilezione per Tom: lo segue, gli da’ le testatine in segno di affetto, ma non è il solo eh! :-D Tom è un po’ imbarazzato e cerca di allontanarsi corricchiando via ;-) L’altro in foto è un bel gattino a pelo lungo, uno dei miei preferiti perché ti guarda fisso negli occhi, non tutti i gatti lo fanno, soprattutto tra i randagi. Ma chissà… forse lui non è sempre stato un randagio :-(

Ad ogni modo, da qualche settimana si è aggiunto un nuovo amico: Jonathan! Chi è, o meglio cos’è, forse l’avete già indovinato… è un bel gabbiano! :-) Essendo Genova una città di mare, di gabbiani ce ne sono tanti e, purtroppo, ultimamente si stanno facendo la cattiva fama di violenti. Si dice di loro che siano diventati aggressivi e che, dalle zone immediatamente vicine al mare, abbiano colonizzato parti della città dove prima non andavano. In realtà gli esperti dicono che la colpa è dell’uomo che sta rovinando il loro habitat naturale.

Comunque Jonathan è un gabbiano speciale :-)

Come forse riuscirete a vedere da questa foto, scattata da Lady Wolf, il poverino manca di una zampa: ha solo un moncherino, non è la solita artrite che affligge e storpia molti volatili, da vicino sembra quasi che la zampa sia tagliata di netto… forse una trappola, o magari è proprio nato così. Ad ogni modo, sebbene sia capace di volare e zampettare, a volte su una zampa, a volte aiutandosi con il moncherino, questo handicap evidentemente lo limita un po’, lo affatica, e così ha scelto il parco come sua casa stabile a differenza di altri gabbiani che vanno e vengono.

E’ un gabbiano educato: non ruba il cibo ai gatti e non è violento con loro, anzi a volte qualche gatto un po’ più intraprendente lo fa scappare. In genere va a mangiare le crocche che i gatti hanno distrattamente lasciato in giro. Da quando me ne sono accorto però gliene riservo una manciata di crocche anche per lui (nella foto se ne scorgono ancora un po’, davanti a lui). Spero non gli facciano male, e comunque è solo ogni due o tre giorni.

Ieri, finito con i gatti “di sotto”, appena varcato il cancello del parco, io e Tom ci siamo direzionati verso la parte posteriore al giardino all’italiana, in pratica girandoci attorno. Mi sono accorto che un gabbiano ci volava sopra ma non gli ho dato peso, come ho scritto ci sono tanti gabbiani in zona. Appena voltato l’angolo però… Jonathan è atterrato e ci ha letteralmente salutati con alcuni versi! :-D Allora mi sono avvicinato, non troppo sennò si spaventa, e gli ho dato la solita manciata di crocche che ha mangiato avidamente :-)

Tutto questo mi ha fatto pensare a come siamo sensibili, e perciò a come dovremmo stare attenti, alle informazioni che ci arrivano e ci circondano.

I gabbiani sono sempre stati tra i miei animali preferiti ma, ultimamente, in seguito alla campagna diffamatoria sul loro conto, mi sono accorto che me ne ero un po’ inconsciamente allontanato. C’è voluto Jonathan per farmene accorgere e per farmi pensare che, così come per i gatti e per gli esseri umani stessi, non bisogna generalizzare: sicuramente ci sono individui “violenti”, ma altri sono educati e rispettosi, proprio come tra noi.

Si potrebbe pensare che Jonathan agisca così perché limitato fisicamente, ma non è così: quando arriva volando è comunque in grado di spaventare la grande maggioranza dei gatti, ma non lo fa, atterra distante e aspetta pazientemente che i nostri abbiano finito.

E’ un vero gentilgabbiano :-D E, adesso, un altro dei nostri numerosi amici :-)

postheadericon Il coraggio di bussare

Bene, come suggerisce l’amica Alessandra, è davvero tempo di mettere un nuovo post ma poiché siamo dai parenti meranesi di Lady Wolf, lei è febbricitante da ieri (apparentementemente ha iniziato a sentirsi male durante il viaggio… che non abbia più l’età? :-D ) e io ho il solito mal di testa che ormai mi trascino da un po’ (sarà l’età? :-P ), direi che non posso dilungarmi :-) Ripesco allora un breve post di fine ottobre 2007 la cui pubblicazione originale con i commenti dell’epoca potete trovare qua: il coraggio di bussare

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(foto mia: Palazzo Te, Mantova)
porta palazzo te - MantovaLA PORTA DELLA LEGGE
Kafka racconta la storia di un uomo che cerca la giustizia e arriva al Palazzo della Legge. Davanti alla porta del Palazzo, c’è un soldato di guardia. Visto che la sentinella non gli rivolge una sola parola, l’uomo decide di aspettare. Aspetta un giorno, ma la guardia continua a restare in silenzio.
“Se rimango qui, capirà che voglio entrare,” pensa l’uomo. E rimane lì fermo. Passano giorni, settimane, anni interi. L’uomo è sempre lì davanti alla porta, e la sentinella continua a montare la guardia. Passano decenni, l’uomo invecchia, e non riesce più a muoversi.
Finalmente, quando sente che la morte si sta avvicinando, raccoglie le sue ultime forze e domanda alla guardia: “Sono venuto fin qui in cerca della giustizia. Perché non mi hai fatto entrare?”.
“Io non ti ho fatto entrare? – risponde sorpresa la sentinella – Tu non mi hai mai detto che cosa stavi facendo lì. La porta era aperta, bastava spingerla. Perché non sei entrato?”.

Commento di Wolfghost: Quante occasioni si perdono nella vita perche’ si ha paura che bussando non ci sara’ aperto? Nessun rimpianto per un passato che ormai non si puo’ recuperare, piuttosto un invito ad avere il coraggio, in futuro, di chiedere, e non di aspettare che gli altri capiscano da soli e ci vengano incontro.
Il mondo e’ pieno di uova di Colombo che aspettano solo di essere colte.

postheadericon 22 giorni – un racconto contro la mattanza pasquale di povere e innocenti creature

So che non cambierà le cose, questo racconto di Alessandro Vegano Vettorato segnalato dall’amica http://passatorecortese.iobloggo.com/: ognuno avrà già fatto le sue scelte per Pasqua e, purtroppo, non le cambierà adesso, ma… servisse a far cambiare idea ad uno solo di voi, ne sarrebbe valsa la pena!

Ci scandalizziamo per la giraffina soppressa nello zoo in Danimarca, per i delfini che fanno la stessa fine, per i cani mangiati in Corea e Cina, per le balene massacrate in Giappone… e poi facciamo questo. Basta con queste tradizioni orribili, crudeli e senza senso! Non mi dite che il gusto (!) di un agnello vale la sua mattanza! Se proprio volete l’agnello a tavola, compratene uno di marzapane, i bambini lo apprezzeranno sicuramente di più!

Wolfghost

22 giorni.

Sono nato 22 giorni fa. Faceva ancora freddo e mi sono rifugiato nella lana calda di mamma.

Ho capito subito, appena nato, che fosse lei dal modo in cui mi ha leccato sulla testa, da come mi ha chiamato e, soprattutto, da come mi ha guardato.

I primi giorni li ho passati nel tepore del suo respiro. Era bello chiudere gli occhi e sapere che lei era lì.

 

Sono nato 22 giorni fa e, tutto attorno a me, altri agnellini. Dall’alto avremmo potuto essere scambiati per nuvolette. Correvamo per i prati, rendendo soffice l’erba che nasceva, rendendo soffice il richiamo di mamma, impigliato fra le fronde degli alberi ed il mio cuore.

 

Qualche giorno fa ho chiesto a mamma se fossi figlio unico. Lei ha sospirato e non ha risposto. È diventata all’improvviso triste e se ne è andata via.

Quella sera mi si è avvicinata una vecchia pecora, con il vello tutto stopposo, ma con gli occhi saggi.

Mi ha detto che ogni pecora non ha mai un solo figlio. Mi ha detto che ogni pecora è madre ogni anno e che ogni anno… ma poi non ha voluto continuare, gli occhi le si sono inumiditi, ha dato la colpa al freddo della sera e se ne è andata anche lei.

 

22 giorni.

 

Abito in un prato con la mamma, tante altre mamme pecore e tanti altri agnellini. Lo spazio non è enorme, a volte mi chiedo cosa ci sia al di là dello steccato, ma sono troppo impegnato a correre, giocare, mangiare, dormire, sognare per pensare ad altro.

 

Sono diventato amico di tanti animaletti. Talpe, ricci, galline, un tasso, qualche uccellino. Sono questi ultimi, però, che, ogni volta che parlo del futuro, di come mi cresceranno le corna in testa, di quanto sarà folto il mio vello da grande si lanciano strane occhiate e sospirano. Se chiedo il perché di ciò volano via.

 

22 giorni.

 

Mi sembra ieri quando ho aperto gli occhi per la prima volta ed ho assaggiato il latte della mamma.

La mamma ha lo sguardo pensieroso. Mi guarda come se dovesse non vedermi più.

Quando fa così vado da lei e le appoggio il muso sulla pancia. La sento respirare. La mia mamma è una culla. Mi addormento e faccio bei sogni.

 

22 giorni.

 

Qualche giorno fa sono scomparsi degli agnellini. È tutto talmente strano. Il giorno prima giocavano con me, il giorno dopo non c’erano più.

Sono andato a cercarli, ma il prato non è così grande e le sbarre troppo alte perché siano saltati dall’altra parte.

Perché non sono venuti a salutarmi? Siamo amici.

Le loro mamme piangono in un angolo della stalla. Hanno il muso tutto sporco di fieno e non vogliono mangiare. Incrocio lo sguardo di mamma. Mi sta guardando. Ha gli occhi stanchi. Vorrei chiederle qualcosa di questa situazione, del perché quelle mamme piangano, ma lei se ne va via.

 

22 giorni.

 

Altri agnellini sono scomparsi. C’è agitazione fra di noi. Tutti bisbigliano, nessuno bela a voce alta. Noi agnellini stiamo in gruppo e cerchiamo di capirci qualcosa, ma nessun adulto sembra volerci dare delle spiegazioni.

 

22 giorni.

 

Ho ancora gli occhi impastati di sogni quando gli esseri strani a due zampe entrano nella stalla e mi svegliano. Non lo fanno molto delicatamente, mi rovesciano a testa in giù e mi tirano su per le zampe. Mi fanno male, cerco di farglielo capire belando, ma quello che mi ha preso mi scuote, dice delle cose in un linguaggio strano, sembra arrabbiato. Cerco mamma con lo sguardo, la trovo, lei è sveglia e sta belando forte. Mi dice che mi vuole bene. Mi dice che sarò sempre il suo bambino. Mi dice che non mi dimenticherà. Mamma piange. Mi portano via. Il mondo a testa in giù è anche divertente da vedere, ma non voglio che mamma sia triste. Le mani che mi tengono le zampe stringono, fanno male. Vedo che stanno portando via anche altri due agnellini.

 

Dove ci portano?

Siamo fuori. Siamo fuori dal prato. Abbiamo superato le sbarre. Forse questo significa diventare grandi. Avere il vello folto. Ma la mamma mi manca.

Volto la testa verso il prato dove sono nato, voglio vederla, forse è lei con il muso infilato fra le sbarre che mi chiama, che mi chiama, poi entriamo in una stanza e qui ci sbattono a terra. Che posto strano. Ci sono dei ganci che pendono dal soffitto e ci sono delle macchie scure sui muri. Mi avvicino, ne annuso una, è un odore pungente che mi ricorda il sangue, ma non può essere sangue, sono macchie troppo grandi, poi quello strano essere che chiamano uomo afferra uno dei miei amici agnellini per le zampe, lo lega al gancio, fa lo stesso anche con l’altro,

 

poi è il mio turno.

 

Mi divincolo, ho paura, voglio la mamma, ma quelle braccia sono troppo forti e lo vedo, l’uomo, lo vedo mentre belo e piango a testa in giù, lo vedo che prende un oggetto da un tavolino, si avvicina a me, mi prende per la testa, me la solleva e l’ultimissima cosa che ricordo, prima che tutto diventi scuro, è che quando sono nato ed ho cercato di mettermi in piedi sulle zampe il muso di mamma era lì, a sostenermi, ed io ho pensato che ci sarebbe stato tutta la vita.

 

P.S.: 22 sono in media i giorni che vivono gli agnelli destinati ad essere ammazzati per pasqua

Cit A. Alessandro Vegano Vettorato

postheadericon Il giorno della liberazione

Ebbene sì, anche quest’anno questa decade sta passando. In questi giorni, nel giro di appena una settimana, passano il mio onomastico, la mia festa della liberazione e il mio compleanno :-)

La prima e l’ultima sono festività banali, se vogliamo, anche se più vado avanti e più do importanza al compleanno, perché oggi ho la chiara percezione di quanto ogni singolo giorno sia un regalo che avrebbe anche potuto non esserci. Figuriamoci un anno, un altro intero anno nel quale ho potuto apprezzare la vita. Trovo che troppo spesso le persone lo diano per scontato.

Ma il giorno della liberazione per me è diventato perfino più importante.

Ormai sei anni fa, alla faccia di quelli che dicevano che non ce l’avrei fatta, riuscì a lasciarmi alle spalle una situazione pesante e pericolosa, una convivenza con una persona disturbata che, probabilmente, se non fossi riuscito a liberarmene, mi avrebbe portato alla follia e, chissà, persino alla morte.

Se non ci fosse stato quel giorno, in cui senza preavviso portai via dalla casa che fu dei miei genitori l’indispensabile, tra cui, ovviamente, Sissi :-) , non ci sarebbe mai potuta essere la mia nuova vita, non ci sarebbe potuta essere la mia nuova famiglia. Probabilmente, non ci sarebbe stato, per me, nemmeno “oggi”.

Molti quando lo racconto credono che sia esagerato, che in fondo non poteva essere così terribile, che nemmeno il diavolo è così brutto come lo si dipinge. Eppure chi già mi conosceva allora, sa. Io so.

Per questo vi dico, quando ne va’ della vostra vita, non fatevi sensi di colpa: da morti o da distrutti non servireste comunque a nessuno, sarebbe peggio per tutti, anche se forse non tutti saranno in grado di capire.

Oggi mi guardo indietro, guardo la mia vita di adesso che non è affatto rose e fiori. E’ una vita con un lavoro stressante, con doveri che mi hanno allontanato da molti amici, con dissidi che mi hanno diviso da famigliari, con problemi di salute che – anche se non sono mai stati gravi – sono comunque sempre più presenti. Con preoccupazioni per il futuro perché il lavoro, lo sappiamo, è ormai incerto.

So che molti, in fondo Lady Wolf inclusa, penseranno che non è proprio un “successo di vita”. E invece per me lo è e non ne cambierei nemmeno una virgola. Perché la vita non è una strada larga, panoramica, in discesa e ben tracciata; la vita è anche curve strette, salite ripide, deserti arroventati e fredde cime. E spesso ti ritrovi in un labirinto del quale non sai se troverai l’uscita.

Però è la mia vita, posso dire di essermela scelta. E non ne cambierei una virgola.

Ho la mia Lady Wolf, il fido Tom, la decana e sedentaria Sissi, l’orsetto Julius e la simpaticissima Numetta. E i pesci tutti, almeno quelli che ci sono rimasti :-D Questo a me basta per essere felice, perché so che tutto questo avrebbe anche potuto non esserci. E anche dovessi “andarmene” domani, sarebbero già sei lunghi anni di regalo. Un regalo che mi sono fatto da solo, con quella decisione. E sei anni sono già una vita.

E’ vero: non sempre sappiamo quale strada dobbiamo prendere, ma quando lo sappiamo, non facciamoci fermare dalla paura o dall’abitudine, dalle condanne o dalle promesse, perché la vita non torna indietro, la libertà non bussa spesso alla nostra porta, ed ogni chiamata può essere l’ultima.

Suona drammatico e tragico. Ma questa è la vita e se non apri quando bussa… potresti non vederla ripassare mai più.