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"L'uomo è nato per vivere, non per prepararsi a vivere" - Boris Pasternak
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... ma non dimentico le 398.200 visite raccolte sull'ormai defunta piattaforma Splinder da settembre 2007 a gennaio 2011! Un grazie a tutti i visitatori! :-)

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postheadericon Da tutto si può imparare – presenza mentale

Riprendo questo argomento da uno scambio di commenti nell’ultimo post.

L’evento scatenenante è che… sono senza auto, e probabilmente lo rimarrò per un po’ :-( Che è successo? Bé, sabato sono andato in un paese vicino per una serie di ragioni, volevo andare dai gatti del parco locale, comprare una stufetta elettrica per il bagno e fare un po’ di spesa. Nell’avvicinarmi al posto, sono passato davanti a un distributore di carburante appena riaperto (cambio gestione) e, vedendo prezzi particolarmente convenienti e essendo in riserva, mi sono detto “Bé, al ritorno mi fermo lì”. Così ho fatto. Con sorpresa, appena fermato, mi è venuto incontro un addetto alla pompa di benzina. Dico “con sorpresa” perché mi aspettavo che, con simili prezzi, si trattasse di un self-service. Invece no. Piacevolmente sorpreso, ho fatto trenta euro… di benzina, peccato che la mia povera pandina sia diesel :-(

Dovete sapere che la mia Panda è una “chilometri zero”, faceva parte di uno stock di Panda rimaste invendute in Francia e rimesse perciò in vendita con tale formula. Ma… il tappo del serbatoio, che, ripeto, è per diesel, è inspiegabilmente “unleaded only”, ovvero per benzina verde :-( Non ho mai capito perché, ma dato che tanto carburante lo faccio sempre ai self service, non è mai stato un problema. Fino a ieri.

Sulla strada del ritorno, la povera pandina ha iniziato a “strappare”… e ho capito. Rischio un danno da un migliaio di euro :-(

Non posso prendermela con il distributore: probabilmente chiunque avrebbe perlomeno rischiato di fare lo stesso errore. Potrei parlare di fatalità, e certamente il caso ci ha messo una mano pesante. Pensiamo che sono stato indeciso se andare lì quel giorno. Non ero mai stato da quel distributore. Penso di non aver usato un self service al massimo due volte in due anni e mezzo che ho quest’auto. Potrei andare avanti con altre coincidenze a lungo, credetemi. Tuttavia ho sempre cercato, soprattutto nelle disavventure, di imparare ciò che è possibile imparare. Almeno questo. Certo, a volte è il classico “chiudere il cancello quando le mucche sono già scappate”, ma visto che indietro non si può tornare…

Dunque che cosa ho imparato da questa disavventura? Primariamente una cosa che so da tempo: come molte persone… ho spesso la testa tra le nuvole. Se fossi stato “presente”, mi sarebbe venuto in mente il rischio di errore e l’avrei detto al distributore. Anche se, c’è da dire, dopo anni è facile che uno non ci faccia più caso e cali la guardia. Ma in ogni caso potevo evitarlo se fossi stato presente.

Ho troppo spesso la testa sui problemi, sulle urgenze, sulle cose da fare. Sono così abituato ad essere di corsa che, anche quando non c’è nessuno che mi corre dietro… mi corro dietro da solo. Mi metto una fretta, deleteria, che non sempre ha ragione di esistere.

E’ possibile vivere con calma anche in una società basata sul tempo, come questa? Io credo di sì. Ma bisogna riuscire a mantenere la “presenza”, nonostante le pressioni e la fretta.

postheadericon Sul Destino

Riecco un nuovo salto nel passato, sempre nel dicembre del 2007, quasi in chiusura di anno, pubblicavo un post sul destino, sul destino inteso come ineluttabile fato già scritto. Rileggendomi oggi devo dire che ero piuttosto duro all’epoca, non solo non credevo più al destino ma addirittura ne avevo fastidio. Sicuramente ciò nasceva dal fatto di vedere tanta gente che, in nome del destino, non faceva nulla per opporsi alle avversità della vita, senza opporre alcune resistenza. La scelta di non credere nel destino nasceva perciò dalla semplice constatazione che ciò era un atteggiamento più costruttivo: se non credi che c’è una pagina già scritta, puoi fare qualcosa per cercare di cambiare.

Oggi credo che… tanto per cambiare non ne sono più così sicuro :-) Se c’è una cosa che le nuove scienze, come la fisica quantistica, ci hanno insegnato oggi, è che… sappiamo di non sapere :-) Là, “dietro le quinte”, c’è qualcosa che non conosciamo, qualcosa di così strano da essere perfino inimagginabile. Per cui… perché no? Tutto può essere. Sappiamo che una parte del destino è scritto nei nostri geni, quindi un destino biologico esiste. Ma anche altre linee guide, non biologiche, possono esistere. Per la nuova fisica il tempo, così come lo intendiamo, non esiste, e passato e futuro perdono significato. Quindi, se anche il futuro esiste già, come il passato, bé… tutto può davvero essere.

Insomma, oggi più di ieri credere nel destino o non crederci è una scelta.

Vi lascio al post, qui trovate il link al post originale con tutti i commenti dell’epoca: Sul Destino

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Your DestinyIn fatto di Riti e Miti del Destino credo di essere uno dei massimi critici del nostro tempo :-D (scherzo).

Un tempo ci credevo, ho molti libri sull’argomento. In un certo senso l’ho studiato il Destino. Ho “studiato” la Provvidenza Cristiana, il Karma induista e buddhista, le credenze sciamaniche perfino. Ho praticato l’ipnosi regressiva alle vite precedenti e la meditazione sul futuro.

Vi faccio una semplice domanda: perché un vaso che vi cade in testa deve essere frutto del destino e non del caso? E’ semplice: perché vogliamo trovare un significato profondo a tale sventura, un significato… consolatorio. Sarebbe brutto morire “per caso”, non è vero? Ma che quel vaso fosse… destinato a cadere, che fosse scritto già da prima… come si fa’ a sostenerlo? Non si puo’ avere prove, è impossibile. Non vale nemmeno guardarsi indietro e dire “se non fosse capitato A e poi B e poi C e poi… adesso questa bella (o brutta) cosa non sarebbe successa!”: così non si stà dimostrando che “era destino”, si stà solo rileggendo la storia.

Credere nel destino è solo un fatto di fede. Ce l’hai o non ce l’hai. Ci credi o non ci credi. Ma nessuno puo’ dimostrare che esso esista.

Il destino è come un libro già scritto: arrivi alla pagina 52, prima c’è stampato il passato; poi il futuro.

Il caso e le nostre capacità – la nostra vita! – sono invece come un diario che viene scritto giorno dopo giorno. Arrivi alla pagina 52 e puoi leggere le pagine che sono state scritte in precedenza, ma… se per assurdo potessi aprire la pagina 60, essa sarebbe bianca, perché deve ancora essere scritta.

DadiOra… voi preferite essere in balia degli eventi e del fato? Accomodatevi. E’ una vostra scelta.

Io preferisco, per quanto possibile, scrivere le pagine del mio diario. E se conterranno errori… pazienza, saranno i miei errori, e non ne daro’ la colpa al Signor Destino :)

Ho visto troppo spesso evitare di impegnarsi o di assumersi le responsabilità delle proprie scelte ed azioni tirando in ballo il “Signor Destino”; qualcosa non funziona? Si dovrebbe fare qualcosa ma si continua a rimandare? Si è operata una scelta che ha reso qualcuno infelice? “Così ha voluto il Destino”… no, signori, così è troppo facile.

Credere nel Destino è una scelta; io trovo molto più costruttivo credere in sé stessi e al potere delle proprie scelte, seppure mediate – talvolta “purtroppo” – dal caso che fa’ ciò che vuole Ma “caso” è solo una parola che si usa per indicare un avvenimento o una serie di avvenimenti imprevisti, ma che di fatto “non esiste” come entità reale, a differenza del Destino che, per chi ci crede, esiste eccome.

Ma che il caso intervenga o meno a mettere il bastone tra le ruote, almeno si avrà fatto cosa è in nostro potere al fine di ottenere ciò che si desidera. Che si riesca ad ottenerlo oppure no.

Challenge

postheadericon La dicotomia animali-uomini

Che il mondo viva di dicotomie è un dato di fatto. Sembra che non sia possibile avere posizioni “di mezzo”, equilibrate, o si sta da una parte o dall’altra, o si parteggia per gli uni o per gli altri. A volte in modo anche stupido e incomprensibile.

Un esempio sono gli animali: chissà perché, sembra che si possa essere solo animalisti estremi oppure credere siano solo oggetti ad uso e consumo degli esseri umani :-) Perfino il Papa, a mio avviso, e sempre che sia vero ciò che lessi qualche mese fa, è caduto in questo “tranello”: o si vuol bene agli animali o ai “fratelli” umani, o si pensa e si aiuta i primi oppure i secondi. Pensare, aiutare e amare entrambi pare non sia possibile. Vorrei sapere cosa ne avrebbe pensato San Francesco, se conta qualcosa.

Quando dall’ufficio vado a fare la spesa per i miei animalotti, spendendo una certa cifra visto che sono quattro (tre gatti e un cane, senza contare i pesci), c’è sempre qualcuno che inevitabilmente cala una battuta del tipo “ma non pensi agli esseri umani che hanno fame?”. Per non fare polemiche, evito solitamente di dire “E te, pur non comprendo nulla per gli animali, ci pensi?” :-) Una volta a dire il vero ho ribattuto qualcosa di simile dicendo che io per gli animali spendevo “tot” mentre l’interlocutore, per il suo hobby musicale, aveva appena speso “tot x 100″ ;-) Ma chissà perché spendere per i propri hobby va bene… purché siano inanimati, se invece sono esseri viventi – non umani, va da sé – allora non va più perché quei soldi andrebbero ridirezionati ai poveri e affamati ;-)

L’uomo è davvero un essere curioso, non pensate?

Conosco persone che vanno a fare volontariato sia nei canili che presso le persone bisognose. Altre che, pur avendo animali da mantenere, fanno donazioni per le cause più disparate, dagli enti umanitari alla ricerca medica. Mentre, va da sé, spesso chi non pensa agli animali non pensa nemmeno al vicino di casa che trova agonizzante sul pianerottolo (estremizzo, naturalmente).

Tutti sappiamo che è così in fondo, ma l’essere umano ha davvero qualcosa che manca totalmente agli animali: l’ipocrisia.

postheadericon Il disagio esistenziale

Nel dicembre 2007 scrivevo il seguente post, qua potete trovare quello originale con tutti i commenti dell’epoca: Il disagio esistenziale

Come tutti, anche la mia vita ha avuto e avrà passaggi, alcuni facili e graditi, altri difficili e drammatici. La stabilità è un sogno, può esistere solo per periodi limitati di tempo, ma tutto cambia prima o poi e ciò che arriva non possiamo fare a meno di evitarlo, l’unica cosa che possiamo fare è decidere come affrontare questi cambiamenti, questi drammi. Ma ora vi lascio al post… :-)

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Riporto come nuovo post un mio commento, dato che mi pare possa essere di interesse generale…

E. Munch - DisperazioneIl “disagio esistenziale” è una sensazione che purtroppo capita frequentemente nella vita di molte persone. Di solito è un “periodo”, un “passaggio” tra due fasi di vita, come quella che porta alla maturità attraverso la dolorosa presa di coscienza che certi sogni e desideri dell’adolescenza non sono stati realizzati, forse perché oggettivamente sproporzionati, forse per circostanze avverse. Non puo’ percio’ che essere un passaggio doloroso.

Il “disagio” non è affatto cosa semplice, soprattutto fino a quando non se ne comprendono le cause. Spesso lo si esprime con parole e frasi “più dense”, come “disperazione”, “angoscia”, “depressione”. Queste parole danno l’idea della profondità che quel disagio puo’ assumere.

Preferisco comunque usare la parola “disagio” perché essa è una parola più costruttiva, indicando uno stato nel quale non ci si trova a proprio agio, uno stato dal quale percio’ si vorrebbe uscire. Invece, molta gente – per quanto assurdo possa sembrare – sta’ bene nella sua disperazione perché, anche se fa’ male, la conosce bene, ne viene “confortata” dall’abitudinarietà al punto di rifiutare qualunque aiuto, seppure “fingendo”, talvolta, di richiederlo. Inoltre per molte persone essa è confortante perché fa’ sentire “importanti”, da’ diritto a potersi lamentare, seppure nella sofferenza che essa comporta.

E. Munch - LIl disagio di cui parlo è un disagio esistenziale che nasce dal fatto di non aver avere avuto quella vita soddisfacente che si pensava di meritare, se non altro come diritto acquisito per il fatto di essere vivi. L’aspirazione alla felicità, i propri sogni, hanno fatto i conti con una realtà che li ha frustrati, e cio’ ha determinato il disagio di vivere in una vita che non si sente “propria”. Questo, unito alla consapevolezza di avere solo la vita che sta’ scorrendo via, rende il passo verso la disperazione breve.

Vorrei che chi è in crisi, analizzasse la propria vita, dicendo poi se avverte un senso di “stagnazione”, di “inutilità”, di “incompiutezza”… Se è così, allora ho buone probabilità che cio’ che sostengo valga anche per lui. E, se è così, vorrei che riflettesse sul significato della parola “stagnazione”.

La stagnazione è assenza di movimento che genera mancanza di ricambio. La nostra anima, il nostro cuore, marciscono giorno dopo giorno, perché inermi, atrofizzati; la mente non li aiuta perché, lei per prima, non vede via di uscita essendosi fissata sul raggiungimento di un obiettivo ormai morto da tempo.

Il passo da fare è più semplice di quel che si crede: smettere di riflettere sulle cause di quella disperazione – tanto è evidente che si è entrati, coi pensieri, in un circolo chiuso, girando attorno sempre agli stessi concetti senza mai arrivare ad una via di uscita – e… vivere! Buttarsi a capofitto nella vita! Non importa nemmeno cosa si fa’ all’inizio, basta… “fare”. Poi si aggiusterà il tiro strada facendo, ma è necessario rompere quello schema mentale di chiusura che imprigiona.

Rompi quello schema, sorprenditi, non darti tempo di ragionare, fai qualcosa che forse hai sempre voluto fare ma non hai mai fatto, oppure tieni semplicemente gli occhi aperti e, il primo manifesto o volantino che ti capita sottomano e che pubblicizza una qualunque novità, attività o corso, non pensare subito “non mi interessa”, “non fa’ per me”: senti semplicemente se ti “piace”, e se è così… buttati! ;-)

Decidi che entro una settimana farai qualcosa, qualunque cosa, e… falla! Non essere preoccupato dal pensiero che magari dopo un po’ non ti piacerà più; vuol dire che cambierai.

Il cambiamento, spesso, è il sale della vita più dell’ottimismo ;-)

Movimento = fine della stagnazione. Ma è necessario agire!

 

“Per cambiare la propria vita:

1. Iniziare immediatamente.

2. Farlo vistosamente.

3. Nessun cedimento.”

 

William James (1842-1910) – psicologo e filosofo americano

volo

postheadericon Le virgole della nostra vita

La quotidianità ci porta solitamente a pensare alla nostra vita come a qualcosa di consolidato, di normale, perfino di scontato a volte. Eppure, ripensando al passato, ad ogni singola decisione che abbiamo preso, è facile rendersi conto di come ogni cosa potrebbe essere diversa.

Pensiamo alle coppie che si sono incontrate casualmente in un luogo di villeggiatura, ad esempio. Sarebbe bastata la decisione di andare altrove, o perfino di trascorrere quella determinata giornata in modo diverso, per cambiare tutto.

Ma non sono solo i fatti contingenti a determinare le nostre vite, sono anche le più piccole decisioni di un passato lontano. Un bambino che perde il pullmino della scuola, non lo sa, ma sta determinando l’intera sua vita successiva. Così come lo sta facendo una persona che al supermercato decide di comprare un prodotto invece di un altro. Una e-mail inviata o meno, Una parola detta o non detta. Tutto è stato determinante per essere qua, in questo momento, a fare ciò che stiamo facendo, ad essere lì dove siamo.

La nostra storia è un interminabile intreccio di cause ed effetto, di “sliding doors”, per citare un famoso film, delle quali, per la stragrande maggioranza, non siamo nemmeno consapevoli.

Cambiamo una sola virgola del nostro passato e cambierà tutto il nostro presente, in maniera impredicibile.

postheadericon Fine stagione 2013-2014 e Istituto Lama Tzong Khapa

Ho usato un termine un po’ calcistico (“stagione 2013-2014″) per indicare la fine delle vacanze e il prossimo rientro al lavoro :-( In effetti il vero spartiacque tra due anni, per chi ha un lavoro “classico” con ferie più o meno agostane, è questo anziché le vacanze natalizie… anche perché Lady Wolf, che lavora per un commercialista, sotto Natale di vacanze ne ha davvero poche o nulla.

Colgo allora l’occasione per fare una breve disamina del periodo. Personalmente parlando, abbiamo quasi terminato ferie che sono state caratterizzate dal maltempo più o meno senza soluzione di continuità, si saranno salvati si e no cinque o sei giorni, incluse le giornate di ieri e di oggi. Peccato, perché avendo terminato il trasloco a metà Luglio non avevamo nemmeno goduto dei pochi weekend estivi precedenti e quindi abbiamo praticamente saltato tutti i viaggetti “fuori-porta” che ci piacciono tanto.

Comunque qualcosa abbiamo fatto. Un paio di giorni fa, in particolare, abbiamo fatto un salto all’Istituto Lama Tzong Khapa, in quel di Pomaia, in provincia di Pisa. Si tratta di uno dei principali siti di buddhismo tibetano d’Europa. Ci ero già stato nel 1999, ovvero ormai quindici anni fa, e da parecchio volevo mostrarlo anche a Lady Wolf che ha particolarmente apprezzato. Il posto è immerso nelle colline toscane, è molto silenzioso, e anche chi vi abita o ci va a fare pratica, studiare o meditare, rispetta tale silenzio. Non ci sono insomma schiamazzi o rumori, e si respira un’aria di serenità. Mi è piaciuto molto il commento che dopo una mezz’ora ha fatto Lady Wolf: “… mi sembra che tutto sia rimasto fuori”, dove “tutto” è quanto di negativo aveva accumulato, soprattutto per le difficoltà legate al lavoro, nel corso dell’anno. Ci torneremo sicuramente, stavolta fermandoci anche per un paio di notti, magari seguendo uno dei corsi offerti ai visitatori.

Comunque ci siamo portati a casa alcuni oggettini di arredo, oltre a qualche libro, che mi piacciono molto e che, spero, portino anche un po’ di serenità e fortuna :-) Si tratta di due drappi verticali di buona fortuna, con impresso il mantra om mani padme hum, e di una ruota di preghiera, contenente un rotolino di mantra della Grande Compassione, che potete vedere nelle immagini.

Non sono buddhista, tuttavia questa è una delle filosofie alle quali mi sento più vicino, lo definirei più un “metodo” per controllare i propri stati mentali e liberarsi dalla sofferenza, che una filosofia o una religione, anche se certamente ha richiami legati alla tradizione e alla cultura nella quale si è sviluppata che richiamano una vera e propria religione.

Obiettivi per… la stagione 2014-2015? Bé, per Lady Wolf è imperativo trovare un nuovo lavoro. Sappiamo che non sarà facile, ma sono convinto che ce la farà. Anche a me piacerebbe cambiare, aprire un’attività che sia tutta mia, ma essendo il mio un lavoro full time e discretamente retributo, mi rendo conto che il mio “salto” sarebbe più rischioso. Quindi… non lo accantono, diciamo che resterà il classico sogno nel cassetto da tirare fuori al momento opportuno… se tale momento arriverà mai.

Poi, vorrei riuscire a dedicare più spazio proprio alle pratiche di controllo mentale ed emotivo a cui ho accennato sopra. Ci sono poche cose che mi spiazzano… ma quelle lo fanno molto, troppo. E ciò non va bene. Credo davvero che la grande parte della sofferenza delle nostre vite possa essere eliminata. E’ vero infatti che il dolore fisico, se c’è, resta, ma anche in questo caso esso è molto spesso accompagnato da stati di malessere mentale, come angoscia, paura, disperazione, o, in altri casi, rabbia e ira. Eliminate queste ed avrete eliminato la maggior parte della vostra sofferenza.

Per il resto, qua ci troviamo bene… spero che per qualche anno riusciremo ad evitare nuovi traslochi, anche se, lo sappiamo bene, la vita è come il Monopoli: esistono probabilità… ma anche – e tanti – imprevisti :-)

postheadericon Il perdono

L’ultimo post del Novembre 2007 parlava di perdono, un concetto sul quale si è parlato molto, spesso con una certa superficialità. Perdonare non è immediato, né deve esserlo. Ogni emozione e sentimento, se sono presenti in natura, hanno una loro funzione positiva; se proviamo rabbia, ad esempio, è perché qualcuno ci ha calpestato. Se fossimo esseri completamente razionali potremmo perdonarlo da subito evitando però nel contempo di permettergli di continuare a farci del male. Siccome non siamo esseri “soprattutto razionali” ma siamo preda dei nostri stati inconsci molto più di quanto crediamo, l’ira, la rabbia, persino il risentimento, perlomeno per un determinato periodo, ci preservano dal ridare spazio a chi ci ha calpestato quando ancora non siamo pronti a “proteggerci”. Certo, passato quel periodo è bene “andare oltre”, altrimenti risentimento e rancore diventano un fardello inutile e controproducente.

Qui trovate il post originale con tutti i commenti dell’epoca: Il perdono

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Da sempre si dibatte sull’utilità del perdono. C’è chi sostiene di perdonare quasi istantaneamente, e chi invece dice – quasi con vanto – che mai perdona e mai perdonerebbe.

cellaIo sono convinto che il perdono serva, sempre. Nel migliore dei casi esso ha il potere di liberare due persone da una prigione, ma anche quando non è possibile una riconciliazione (la persona che ci ha fatto del male non c’è più, ad esempio) e perfino se l’altro non ammette di dover essere perdonato o se ne infischia del nostro perdono, esso ne libera sempre almeno una: chi il perdono lo concede. Perché da quel momento sara’ libero da quel sentimento che divora l’anima giorno dopo giorno e che va’ sotto il nome di rancore.

Sì, io credo che si possa perdonare, sempre. Lo hanno fatto i prigionieri dei campi di concentramento, non dite “No, come è possibile perdonare questo? Mai!”: il perdono non è “assoluzione”, non confondetelo con l’annullamento della colpa; se c’è una pena da scontare, essa va’ scontata. Se qualcuno ci danneggia, è giusto prendere contromisure e, se è il caso, allontanarsi od allontanare.
Il perdono non è “subire” e nemmeno necessariamente “tornare indietro”.
Semplicemente… non c’è bisogno di covare risentimento per staccare, quando è necessario farlo.
Pensate ad una tigre: se la vedete scappate, vi mettete in salvo, la rinchiudete dove non possa far male o nuocere ancora. Ma non pensereste che la tigre è “cattiva” o “crudele”, non è vero? Pensereste solo che è pericolosa. Si potrebbe ribattere che la tigre agisce per istinto. Eppure anche l’uomo, nelle sue azioni piu’ immediate, e’ spinto molto piu’ dai suoi moti inconsci e irrazionali – che solitamente affondano le radici in un passato distante – piuttosto che sulla base della fredda logica.
Sì, si puo’ perdonare chiunque. Ma c’è un tempo per il perdono, un tempo che non puo’ essere affrettato, o sarà un perdono a parole, ma falso nei fatti e nel proprio sentire, che è poi cio’ che davvero conta. Non si deve soffocare il motto di ribellione quando si subisce un sopruso, questo non è “perdonare”. Anche l’ira e la rabbia, se ci sono state date, hanno una loro funzione: esse servono a staccare più facilmente da situazioni o da persone dalle quali altrimenti non riusciremmo – a freddo – ad allontanarci, fisicamente o mentalmente che sia. Talvolta la forza della rabbia ha letteralmente salvato vite.
Tuttavia anche l’ira e la rabbia, come il perdono, hanno un loro giusto tempo. Molto tempo fa’ lessi su un libro di Yoga che esistono tre tipi di ira: c’è l’ira d’acqua che, come arriva, subito sparisce; l’ira di sabbia, quella più comune, che arriva e perdura finché il vento non ha compiuto il suo lavoro; e c’è l’ira di pietra, che mai passa, che sarà un eterno macigno nel nostro cuore e nella nostra anima…
Ci vuole solo tempo e comprensione. Non si è “cattivi” o “incapaci” perché ancora non si è riusciti a perdonare. Peggio sarebbe, aver concesso un falso perdono: il risentimento che cova sotto la superficie della coscienza, farebbe presto o tardi capolino, rovinando tutto.
Come perdonare? Il perdono passa da una solo cosa: la comprensione. Comprensione che l’essere umano è fallace, che quasi sempre chi si comporta male con qualcuno, è la prima persona ad avere dei problemi, ad aver avuto insegnanti di vita incapaci che l’hanno portato ad essere così. Esso va’ allontanato, punito, rinchiuso per sempre affinché altre persone non debbano soffrire per colpa sua, forse. Ma puo’ essere perdonato. Quasi sempre non c’è vera “cattiveria d’animo”, ma solo povera ignoranza.
Ricordatevi della tigre…

 

Sissi in gabbia

foto mia: Sissi in “gabbia”

postheadericon Essere fortunati

Ognuno di noi sa che, un giorno, non ci sarà più. Nonostante questa certezza viviamo la nostra quotidianità come se fosse per sempre e solo quando qualche disturbo preoccupante, a noi o a un nostro famigliare, fa capolino, iniziamo a interrogarci, a temere di poter perdere quanto abbiamo, anche se sappiamo che sicuramente questa perdita è solo questione di tempo.

E’ giusto, come potremmo vivere diversamente? Chi ce lo farebbe fare di sopportare gli strali della vita, le sofferenze, la fatica, le preoccupazioni, la consapevolezza che per quanto difendiamo il nostro castello esso alla fine crollerà, se avessimo questo pensiero sempre vivo? Lo chiamiamo “saper cogliere l’attimo”, ma in realtà non vi è davvero un altro modo di vivere. La vita è nascondere la testa sotto la sabbia, che lo facciamo consapevolmente oppure no. Ed è giusto così.

A quarantotto anni e mezzo (quasi), mi ritrovo pieno di acciacchi. Disturbi un po’ vecchi, un po’ nuovi, che spesso sembrano non voler più mollare la presa. Sto entrando nell’età degli “esami di controllo periodici”, quelli che si attendono sempre col fiato un po’ sospeso. Sono ancora giovane? Sarebbe così sconvolgente se sapessi di non avere più tanto tempo davanti? Certo. Lo sarebbe, personalmente e per i famigliari. Eppure ogni giorno molta gente più giovane, perfino bambini, se ne va. Non ho voglia di guardare le statistiche, ma so che non è affatto così improbabile come le “chiacchiere da caffé” vorrebbero e come le balle sulla vita media cercano di propinarci. L’aspettativa di vita media di 80 anni significa che ci sono 3 persone fortunate che arrivano a 90 e più anni, e una che si spegne molto, molto prima. E tutti abbiamo tanti esempi attorno. Ognuno di noi ha un terzo di probabilità di ammalarsi di cancro almeno una volta nella vita, lo sapevate? Si cura anche questo? Sì, come no. Per certi tipi di tumore la probabilità di uscirne è inchiodata su cifre bassissime da decenni. Sospetto che il famoso 50% di successo globale tenga in considerazione tanti tumori frequenti o “innocui”, come i basaliomi della pelle. Così siamo capaci tutti, mi verrebbe da dire.

In fondo so di essere già stato fortunato così. Sarei potuto nascere in uno dei tanti paesi del mondo dove arrivare a quarant’anni è già grasso che cola. Oppure sarei potuto nascere qui, ma a inizio ’900, e aver dovuto passare attraverso guerre sanguinose. O ancora più indietro, nel Medioevo magari, dove andare a farsi ammazzare per il signorotto locale e una paga misera era cosa normale. E comunque c’erano carestie e epidemie.

Quali sono le cose importanti della vita? Bé, ognuno ne ha un’idea diversa. Io credo di aver già raggiunto le mie. Certo, potrei migliorarle e magari godermele un po’ più a lungo. Ma avrei anche potuto non avere il tempo di raggiungerne nemmeno una. E ne sono assolutamente consapevole.

Se ho una preoccupazione, questa è che non potrei lasciare la sicurezza economica a Lady Wolf, e ai nostri cari animalotti. Come farebbe lei con uno stipendio part time, oggi, a tirare avanti e a dare continuità non solo a se stessa, ma anche a loro? So già come mi risponderebbe lei :-) Mi direbbe “Farei come facevo prima!” :-P

Stasera va così… in attesa di post, speriamo, più leggeri…

postheadericon Le battaglie della nostra vita – … e fine trasloco!

Oggi abbiamo finalmente riavuto l’ADSL (alleluia!), poi, approfittando del pomeriggio libero (ero tornato a casa per controllare che la connessione fosse davvero stata attivata) ho montato una piccola mensola che adesso ospita una delle piante, poi ho fissato un portachiavi, una presa multipla per gli accessori del PC alla scrivania, poi… ah, sì, un altro orologio da parete, sono ormai 5! :-D No, non siamo “fissati”, è che mi dispiaceva liberarmene dato che nella casa precedente avevamo tre stanze in più. Piccole cose da fare ne rimangono, ma iniziamo a vedere la fine :-)

Non ho ancora granché tempo per Wolfghost (e soprattutto per Adottauncucciolo, povero :-( Solo oggi abbiamo potuto riniziare a mettere qualche appello…), così stasera ripesco un post del Novembre 2007, si chiama “Le battaglie della nostra vita” e il link originale, inclusi i commenti dell’epoca si trovano qua: Le battaglie della nostra vita

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LLe battaglie della nostra vita

Possono essere battaglie contro un nemico che è fuori o dentro di noi, un nemico in carne ed ossa, col quale non è possibile dialogare, costituito da una persona o da un “sistema”, oppure un fantasma che appare e scompare inafferrabile nella nostra testa e che infesta i nostri sogni e le nostre speranze.

Possono essere le sfide del cambiamento, o quelle per resistere in una situazione ingrata.

Non tutte le battaglie sono da combattere pero’. Bisogna avere la saggezza di non buttarsi in sfide inutili, che non possono essere vinte, oppure di così scarsa importanza da non valere l’energia ed il tempo che gli si dedicherebbe.

S. Giorgio che lotta col drago - 1505 -  Raffaele Sanzio

Ci sono battaglie che proprio non possiamo permetterci di perdere; altre per le quali vale la pena di combattere perché, anche se possiamo essere sconfitti, sarebbe un disonore per noi stessi non avere nemmeno il coraggio di ingaggiarle nonostante la loro importanza.

Non permettiamo alla nostra inerzia, alla sfiducia in noi stessi, al “quieto vivere”, alla paura di non farcela, di non mettere tutto noi stessi, corpo, cuore ed anima, nelle sfide che possono davvero cambiare la nostra vita.

Al di là del risultato, chi non combatte, le ha già perse in partenza.

postheadericon Chiuso (per un paio di giorni) per trasloco! :-D

Ebbene sì, finalmente l’ennesimo trasloco è arrivato! :-P Se sembro contento è perché anche se la preparazione è stata meticolosa, con tanto di diagramma con date e attività da fare, e questo ci ha aiutato a non dimenticare nulla, è stata davvero lunga e faticosa, al punto che non vedo l’ora di aver “saltato il fosso” nella giornata di domani (oggi, per voi che leggete). Da domani sera saremo residenti nella nuova cittadina, torno vicino al mio mare! Anche se certamente dovremo ancora far un po’ di spola per sistemare e portare le ultime cose.

La cosa che ci preoccupa di più? Numetta! La gattina in primo piano nella foto a fianco (quella più distante dall’acquario) :-| Anche se è tanto affettuosa, è rimasta un po’ selvatica e riuscire a metterla nel trasportino è sempre una battaglia per tutti, per noi e per lei. Speriamo bene! Non vorrei si facesse male (se noi ci becchiamo qualche graffio pazienza! :-D ). Certamente tra lei, Julius e Sissi (e Tom), sarà un bel concerto durante il viaggio verso la nuova destinazione! :-P A seguire nelle preoccupazioni, bé c’è l’acquario. Spostare un acquario è sempre un’impresa, spero anche in questo caso che non si faccia male nessuno (dei pesci, naturalmente): bisogna “pescarli” e metterli in appositi contenitori riempiti con la stessa acqua dell’acquario; svuotare lo stesso ma non completamente (le piante devono stare in ammollo) e l’acqua recuperata va tenuta in apposite taniche perché servirà a non fare un eccessivo cambio d’acqua che farebbe male ai pesci.

Bene, meglio che vada a nanna, dato la giornata campale che ci attende!

Da domani ci troverete qua ;-) :

http://it.wikipedia.org/wiki/Arenzano

 

postheadericon La vita è una partita a scacchi… e pure un trasloco ;-)

Ho sempre pensato che in ogni cosa, perfino in un gioco,  mettiamo noi stessi. Certo, l’importanza della posta in gioco è diversa, eppure come ci comportiamo in una cosa di apparente poco conto, così, o almeno in modo similare, ci comporteremo nelle cose importanti. Ecco perché credo che perfino dalle cose piccole possiamo imparare importanti aspetti di noi stessi, del nostro modo di affrontare la vita, del nostro modo di agire. Studiandoci sopra, potremmo migliorare non solo ciò che stiamo facendo, che sia importante oppure no, ma anche come agiremo nelle nostre sfide future.

Ecco allora quanche altro pensiero nato dall’osservazione della preparazione al prossimo trasloco, previsto per il 16 di Luglio, e… delle solite partite a scacchi :-)

1) Se non ne avete voglia, non avete tempo, siete di fretta… lasciate perdere.

Le cose richiedono concentrazione ed entusiasmo per funzionare bene. Alcune sfide tocca affrontarle lo stesso ma, per le altre, non siete obbligati. Perché fare qualcosa che non vi va veramente di fare o che sapete già avere buone probabilità di fallire a causa dello scarso tempo che potrete dedicargli?

2) Chi ben comincia è davvero a metà dell’opera…

Spesso non si vede l’ora di andare al nocciolo della faccenda, eppure iniziare con il piede sbagliato, errare le prime mosse, da’ un vantaggio all’avversario, che sia umano o il caso, che spesso si rivela irrecuperabile. Forse sarete obbligati a combatterla comunque, non sempre si può “abbandonare la partita”, e magari sarà anche una sfida che tirerete a lungo, sempre tesi all’inseguimento a causa di quell’errore iniziale. Ma, sotto sotto, sapete già di aver persa in partenza. Un vero peccato.

3) … ma l’altrà metà della strada è lunga: mai calare l’attenzione.

Bene sarebbe, quando possibile, avere una strategia, o meglio ancora un set di strategie a seconda di come si mette la vostra sfida. Vivere alla giornata è senz’altro una bella proposizione, ma spesso non è proprio il modo migliore di affrontare le sfide. Inoltre, non solo si deve fare mente locale alle mosse da fare il più possibile in anticipo, ma bisogna sapere che per quanto ci si sia preparati, il vento può cambiare e bisogna essere pronti a prendere una nuova rotta per arrivare alla meta prevista. Scorgere una tempesta in avvicinamento ma non fare nulla per evitarla perché ormai si è tracciato la rotta, non può che portare ad “una tremenda sciagura” (citazione dal film “The Mothman Prophecies” :-D ).

4) Ogni partita è una storia a sé.

E’ un po’ un corollario del punto precedente. L’esperienza è utile, ma non può giocare al posto vostro. L’esperienza è solo una parte di ciò che serve. Anche se avete vinto le dieci partite precedenti, una mossa inaspettata, del vostro avversario o del fato, non solo è possibile, ma perfino probabile. Aspettarsi che tutto fili liscio, che il mare sia sempre piatto come una tavola e il vento sempre a favore, è quasi sempre una pia illusione. Quindi… occhi aperti!

5) Spesso è proprio nell’ultimo tratto che si commettono errori fatali.

Non se ne ha più voglia, la fine è a un passo e ormai sembra impossibile che qualcosa possa andare storto. E poi, come ben sa chi ha fatto la leva militare, negli ultimi metri di un percorso un sassolino pesa come un macigno, e un giorno è lungo cento. Quando si è in questo stato d’animo, è molto facile lasciarsi andare e… essere infilati in contropiede ;-)

 

Bé, mi rendo conto che la morale è: attenzione all’inizio, attenzione nel viaggio, attenzione alla fine. E’ dura, lo so :-D

postheadericon La fortuna dei principianti

Un po’ di tempo fa, diciamo un annetto, ripresi a giocare a scacchi dopo molti anni. Ancora adesso, anche se poco, sempre per via del tempo a disposizione, ogni tanto una partitina me la faccio :-) Purtroppo Lady Wolf non sa giocare a scacchi – e comunque non ne avrebbe la pazienza :-D – così gioco contro un programma online.

Iniziai presto a vincere facilmente le partite al livello per principianti (bé… ero parecchio arrugginito, per cui iniziai dalla “base” :-) ). Poco dopo seguì il livello intermedio… ma il livello avanzato mi era parecchio ostico.

Poi, un bel giorno, vinsi la prima partita del livello avanzato. E dopo la prima seguì presto le seconda, e poi la terza e la quarta :-) Iniziai a bearmi della mia bravura e… per un sacco di tempo non ne vinsi più nemmeno una! :-P

Mi venne così in mente un altro episodio. Ero in vacanza a Maiorca con degli amici ai tempi dell’università. Una sera, sulla passeggiata che condiceva al mare, decidemmo di cimentarci in uno di quei giochi che simulano la pallacanestro: ti arriva una palla dopo l’altra e devi riuscire a centrare il canestro. Io ero l’ultimo ad effettuare la prova. Non avevo mai giocato a basket in precedenza quindi non mi aspettavo di fare bella figura. Comunque iniziai e… il primo pallone si infilò perfettamente, e dopo di quello un altro e altri quattro consecutivamente! I miei amici erano stupefatti e, ovviamente, vista la fascia di età, anche palesemente invidiosi. Immagino di essermi esaltato e… inutile dirvi che non ho messo più dentro una palla che fosse una! :-D

Credo che nella vita molte cose non siano affatto così difficili come crediamo ma la nostra mente ci mette del suo. Partiamo liberi e sgombri, ma presto iniziamo ad aggiungere stati emotivi che minano ciò che stiamo facendo.

Può essere la supponenza di essere bravi, quasi infallibili, a farci crollare lo stato di attenzione facendoci così fallire. A quanti succede di commettere errori stupidi proprio in ciò che hanno fatto mille volte senza sbagliare? Purtroppo a volte errori anche drammatici, come incidenti automobilistici. Ricordo ad esempio che all’università non sbagliavo mai i calcoli difficili ma quelli del tipo “2+2″. Una rabbia… :-P

Altre volte iniziamo a caricare ciò che stiamo facendo di aspettative che ci appesantiscono e rendono insicuri. Quello che prima era solo un gioco o che comunque, essendo principianti, ci perdonavamo di sbagliare, diventa una sfida da non fallire. In queste condizioni spesso si cade.

L’esempio della guida è di nuovo buono.

Quando arrivai alla maggiore età fu il momento di prendere la patente. A differenza di altri io non avevo mai provato a guidare in precedenza, magari con il papà su una strada di campagna, quindi cercavo di capire come riuscire a evitare i pericoli e fare sempre le manovre corrette. Ricordo che tentavo perfino di “predire” i momenti successivi, ovvero di portarmi avanti con la mente al tratto di strada che vedevo in lontananza, in modo da prepararmi. Inutile dire che questa invasione della mente razionale in un processo che richiede uno sforzo si di attenzione, ma non “ragionata”, non poteva funzionare. E’ come camminare pensando in ogni momento il movimento da fare con le gambe: non credo riusciremmo a muovere più di qualche passo.

La nostra parte razionale, il nostro tentativo di controllo totale ci mina. E’ un autogoal. La vera attenzione è solo essere in ciò che si fa, non ragionarci sopra in ogni momento con uno sforzo immane e controproducente.

In automobile non abbiamo bisogno, per fortuna, di riflettere su ogni mossa, con la velocità con cui viaggiamo sarebbe impossibile. Dobbiamo solo evitare di distrarci portando l’attenzione su altre cose. La vera attenzione non comporta sforzo. Se ci stiamo sforzando, vuol dire che qualcosa non va, che non ci fidiamo di noi stessi e cerchiamo di autocontrollarci con la ragione. Ma di solito non funziona.