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"L'uomo è nato per vivere, non per prepararsi a vivere" - Boris Pasternak
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... ma non dimentico le 398.200 visite raccolte sull'ormai defunta piattaforma Splinder da settembre 2007 a gennaio 2011! Un grazie a tutti i visitatori! :-)

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postheadericon 22 giorni – un racconto contro la mattanza pasquale di povere e innocenti creature

So che non cambierà le cose, questo racconto di Alessandro Vegano Vettorato segnalato dall’amica http://passatorecortese.iobloggo.com/: ognuno avrà già fatto le sue scelte per Pasqua e, purtroppo, non le cambierà adesso, ma… servisse a far cambiare idea ad uno solo di voi, ne sarrebbe valsa la pena!

Ci scandalizziamo per la giraffina soppressa nello zoo in Danimarca, per i delfini che fanno la stessa fine, per i cani mangiati in Corea e Cina, per le balene massacrate in Giappone… e poi facciamo questo. Basta con queste tradizioni orribili, crudeli e senza senso! Non mi dite che il gusto (!) di un agnello vale la sua mattanza! Se proprio volete l’agnello a tavola, compratene uno di marzapane, i bambini lo apprezzeranno sicuramente di più!

Wolfghost

22 giorni.

Sono nato 22 giorni fa. Faceva ancora freddo e mi sono rifugiato nella lana calda di mamma.

Ho capito subito, appena nato, che fosse lei dal modo in cui mi ha leccato sulla testa, da come mi ha chiamato e, soprattutto, da come mi ha guardato.

I primi giorni li ho passati nel tepore del suo respiro. Era bello chiudere gli occhi e sapere che lei era lì.

 

Sono nato 22 giorni fa e, tutto attorno a me, altri agnellini. Dall’alto avremmo potuto essere scambiati per nuvolette. Correvamo per i prati, rendendo soffice l’erba che nasceva, rendendo soffice il richiamo di mamma, impigliato fra le fronde degli alberi ed il mio cuore.

 

Qualche giorno fa ho chiesto a mamma se fossi figlio unico. Lei ha sospirato e non ha risposto. È diventata all’improvviso triste e se ne è andata via.

Quella sera mi si è avvicinata una vecchia pecora, con il vello tutto stopposo, ma con gli occhi saggi.

Mi ha detto che ogni pecora non ha mai un solo figlio. Mi ha detto che ogni pecora è madre ogni anno e che ogni anno… ma poi non ha voluto continuare, gli occhi le si sono inumiditi, ha dato la colpa al freddo della sera e se ne è andata anche lei.

 

22 giorni.

 

Abito in un prato con la mamma, tante altre mamme pecore e tanti altri agnellini. Lo spazio non è enorme, a volte mi chiedo cosa ci sia al di là dello steccato, ma sono troppo impegnato a correre, giocare, mangiare, dormire, sognare per pensare ad altro.

 

Sono diventato amico di tanti animaletti. Talpe, ricci, galline, un tasso, qualche uccellino. Sono questi ultimi, però, che, ogni volta che parlo del futuro, di come mi cresceranno le corna in testa, di quanto sarà folto il mio vello da grande si lanciano strane occhiate e sospirano. Se chiedo il perché di ciò volano via.

 

22 giorni.

 

Mi sembra ieri quando ho aperto gli occhi per la prima volta ed ho assaggiato il latte della mamma.

La mamma ha lo sguardo pensieroso. Mi guarda come se dovesse non vedermi più.

Quando fa così vado da lei e le appoggio il muso sulla pancia. La sento respirare. La mia mamma è una culla. Mi addormento e faccio bei sogni.

 

22 giorni.

 

Qualche giorno fa sono scomparsi degli agnellini. È tutto talmente strano. Il giorno prima giocavano con me, il giorno dopo non c’erano più.

Sono andato a cercarli, ma il prato non è così grande e le sbarre troppo alte perché siano saltati dall’altra parte.

Perché non sono venuti a salutarmi? Siamo amici.

Le loro mamme piangono in un angolo della stalla. Hanno il muso tutto sporco di fieno e non vogliono mangiare. Incrocio lo sguardo di mamma. Mi sta guardando. Ha gli occhi stanchi. Vorrei chiederle qualcosa di questa situazione, del perché quelle mamme piangano, ma lei se ne va via.

 

22 giorni.

 

Altri agnellini sono scomparsi. C’è agitazione fra di noi. Tutti bisbigliano, nessuno bela a voce alta. Noi agnellini stiamo in gruppo e cerchiamo di capirci qualcosa, ma nessun adulto sembra volerci dare delle spiegazioni.

 

22 giorni.

 

Ho ancora gli occhi impastati di sogni quando gli esseri strani a due zampe entrano nella stalla e mi svegliano. Non lo fanno molto delicatamente, mi rovesciano a testa in giù e mi tirano su per le zampe. Mi fanno male, cerco di farglielo capire belando, ma quello che mi ha preso mi scuote, dice delle cose in un linguaggio strano, sembra arrabbiato. Cerco mamma con lo sguardo, la trovo, lei è sveglia e sta belando forte. Mi dice che mi vuole bene. Mi dice che sarò sempre il suo bambino. Mi dice che non mi dimenticherà. Mamma piange. Mi portano via. Il mondo a testa in giù è anche divertente da vedere, ma non voglio che mamma sia triste. Le mani che mi tengono le zampe stringono, fanno male. Vedo che stanno portando via anche altri due agnellini.

 

Dove ci portano?

Siamo fuori. Siamo fuori dal prato. Abbiamo superato le sbarre. Forse questo significa diventare grandi. Avere il vello folto. Ma la mamma mi manca.

Volto la testa verso il prato dove sono nato, voglio vederla, forse è lei con il muso infilato fra le sbarre che mi chiama, che mi chiama, poi entriamo in una stanza e qui ci sbattono a terra. Che posto strano. Ci sono dei ganci che pendono dal soffitto e ci sono delle macchie scure sui muri. Mi avvicino, ne annuso una, è un odore pungente che mi ricorda il sangue, ma non può essere sangue, sono macchie troppo grandi, poi quello strano essere che chiamano uomo afferra uno dei miei amici agnellini per le zampe, lo lega al gancio, fa lo stesso anche con l’altro,

 

poi è il mio turno.

 

Mi divincolo, ho paura, voglio la mamma, ma quelle braccia sono troppo forti e lo vedo, l’uomo, lo vedo mentre belo e piango a testa in giù, lo vedo che prende un oggetto da un tavolino, si avvicina a me, mi prende per la testa, me la solleva e l’ultimissima cosa che ricordo, prima che tutto diventi scuro, è che quando sono nato ed ho cercato di mettermi in piedi sulle zampe il muso di mamma era lì, a sostenermi, ed io ho pensato che ci sarebbe stato tutta la vita.

 

P.S.: 22 sono in media i giorni che vivono gli agnelli destinati ad essere ammazzati per pasqua

Cit A. Alessandro Vegano Vettorato

postheadericon Il giorno della liberazione

Ebbene sì, anche quest’anno questa decade sta passando. In questi giorni, nel giro di appena una settimana, passano il mio onomastico, la mia festa della liberazione e il mio compleanno :-)

La prima e l’ultima sono festività banali, se vogliamo, anche se più vado avanti e più do importanza al compleanno, perché oggi ho la chiara percezione di quanto ogni singolo giorno sia un regalo che avrebbe anche potuto non esserci. Figuriamoci un anno, un altro intero anno nel quale ho potuto apprezzare la vita. Trovo che troppo spesso le persone lo diano per scontato.

Ma il giorno della liberazione per me è diventato perfino più importante.

Ormai sei anni fa, alla faccia di quelli che dicevano che non ce l’avrei fatta, riuscì a lasciarmi alle spalle una situazione pesante e pericolosa, una convivenza con una persona disturbata che, probabilmente, se non fossi riuscito a liberarmene, mi avrebbe portato alla follia e, chissà, persino alla morte.

Se non ci fosse stato quel giorno, in cui senza preavviso portai via dalla casa che fu dei miei genitori l’indispensabile, tra cui, ovviamente, Sissi :-) , non ci sarebbe mai potuta essere la mia nuova vita, non ci sarebbe potuta essere la mia nuova famiglia. Probabilmente, non ci sarebbe stato, per me, nemmeno “oggi”.

Molti quando lo racconto credono che sia esagerato, che in fondo non poteva essere così terribile, che nemmeno il diavolo è così brutto come lo si dipinge. Eppure chi già mi conosceva allora, sa. Io so.

Per questo vi dico, quando ne va’ della vostra vita, non fatevi sensi di colpa: da morti o da distrutti non servireste comunque a nessuno, sarebbe peggio per tutti, anche se forse non tutti saranno in grado di capire.

Oggi mi guardo indietro, guardo la mia vita di adesso che non è affatto rose e fiori. E’ una vita con un lavoro stressante, con doveri che mi hanno allontanato da molti amici, con dissidi che mi hanno diviso da famigliari, con problemi di salute che – anche se non sono mai stati gravi – sono comunque sempre più presenti. Con preoccupazioni per il futuro perché il lavoro, lo sappiamo, è ormai incerto.

So che molti, in fondo Lady Wolf inclusa, penseranno che non è proprio un “successo di vita”. E invece per me lo è e non ne cambierei nemmeno una virgola. Perché la vita non è una strada larga, panoramica, in discesa e ben tracciata; la vita è anche curve strette, salite ripide, deserti arroventati e fredde cime. E spesso ti ritrovi in un labirinto del quale non sai se troverai l’uscita.

Però è la mia vita, posso dire di essermela scelta. E non ne cambierei una virgola.

Ho la mia Lady Wolf, il fido Tom, la decana e sedentaria Sissi, l’orsetto Julius e la simpaticissima Numetta. E i pesci tutti, almeno quelli che ci sono rimasti :-D Questo a me basta per essere felice, perché so che tutto questo avrebbe anche potuto non esserci. E anche dovessi “andarmene” domani, sarebbero già sei lunghi anni di regalo. Un regalo che mi sono fatto da solo, con quella decisione. E sei anni sono già una vita.

E’ vero: non sempre sappiamo quale strada dobbiamo prendere, ma quando lo sappiamo, non facciamoci fermare dalla paura o dall’abitudine, dalle condanne o dalle promesse, perché la vita non torna indietro, la libertà non bussa spesso alla nostra porta, ed ogni chiamata può essere l’ultima.

Suona drammatico e tragico. Ma questa è la vita e se non apri quando bussa… potresti non vederla ripassare mai più.

postheadericon Siddharta

Le mie serate, e di conseguenza quelle di Lady Wolf, vanno a periodi. Ci sono i periodi dei film, quelli dei documentari, quelli delle serie TV e quelli dei libri. Tutto dipende dal periodo, forse perché dopo aver fatto indigestione di una cosa passiamo, o torniamo, all’altra :-)

Recentemente abbiamo attraversato nuovamente il “periodo libri” ed essendo temporaneamente a corti di letture nuove e interessanti, abbiamo ripescato un libro antico, un classico senza tempo, ancora oggi di grande attualità anche perché le filosofie orientali, un tempo appannaggio di pochi tra gli occidentali, sono ora di grande interesse. Suona quasi strano leggere in un libro che ormai sfiora i cento anni – 92, per l’esattezza – concetti riguardanti il buddhismo scritti, seppure in forma romanzata, da uno scrittore europeo.

Ad ogni modo il libro non mi ha colpito come la prima volta. Probabilmente, ricordando l’entusiasmo che allora mi aveva creato, mi aspettavo un coinvolgimento maggiore. Ma ogni periodo ha il suo tempo e ciò che ha entusiasmato da giovani, quando si è alla ricerca dell’illuminazione, può apparire meno interessante più avanti.

Per ritrovare l’interesse di un tempo, quello che ti lega avidamente ad ogni parola e ti spinge a rileggere i paragrafi più e più volte, ho dovuto attendere l’ultimo capitolo. Ma ne è valso la pena :-)

Vi metto qualche estratto con relativo commento ;-)

« Son vecchio, sì » disse Govinda « ma di cercare non ho mai tralasciato. E mai cesserò di cercare, questo mi sembra il mio destino. Ma tu pure hai cercato, così mi pare. Vuoi dirmi una parola, o degnissimo? »

Disse Siddharta: « Che dovrei mai dirti, io, o venerabile? Forse questo, che tu cerchi troppo? Che tu non pervieni a trovare per il troppo cercare? « Come dunque? » chiese Govinda.

« Quando qualcuno cerca » rispose Siddharta « allora accade facilmente che il suo occhio perda la capacità di vedere ogni altra cosa, fuori di quella che cerca, e che egli non riesca a trovar nulla, non possa assorbir nulla in sé, perché pensa, sempre e unicamente a ciò che cerca, perché ha uno scopo, perché è posseduto dal suo scopo. Cercare significa: avere uno scopo. Ma trovare significa esser libero, restare aperto, non aver scopo. Tu, venerabile, sei forse di fatto uno che cerca, poiché, perseguendo il tuo scopo, non vedi tante cose che ti stanno davanti agli occhi ».

Questa è stata anche la storia della mia vita, almeno di quella che ho vissuto finora. Scrivo spesso che dai 18 ad oltre i 30 ho come dimenticato di vivere. Leggevo, cercavo, meditavo, praticavo, ma non riuscivo a portare nel quotidiano, e il quotidiano lo vivevo con pesantezza, come se non avesse nulla da insegnare, come se ciò che mi serviva potessi trovarlo solo in qualche recondito e arcano insegnamento delle parole altrui.

Dopo mollai tutto e iniziai a vivere. Non posso dire di averlo fatto appositamente, accadde e basta. E mi resi conto molti anni più tardi che così doveva essere, perché la teoria, ma anche la pratica “didattica”, non possono avere la stessa forza della vita, possono fornire un aiuto, un sostegno, ma non sostituirsi alla “via maestra” dell’esperienza perché al massimo ne sono solo un surrogato.

« Ho avuto pensieri, sì, e principi, e come! Tante volte ho sentito in me il sapere, per un’ora o per un giorno così come si sente la vita nel proprio cuore. Molti pensieri furono quelli, ma mi sarebbe difficile fartene parte. Vedi, Govinda, questo è uno dei miei pensieri, di quelli che ho trovato io: la saggezza non è comunicabile. La saggezza che un dotto tenta di comunicare ad altri, ha sempre un suono di pazzia ».

Quante volte ho sperimentato queste parole! Non solo mi accorgevo che parlare di temi esoterici e spirituali mi esponeva a critiche e ironie altrui, ma anche che mi “opponevo” alle visioni di altri pur sinceramente altrettanto coinvolti, come se dovessi proteggere ciò che via via stavo costruendo, a costo distruggere visioni “non allineate”. E poi il nostro sentire viene inevitabilmente distorto non solo dalle parole ma dall’atto stesso di concettualizzare, perché la vita non è concetto, è azione, è movimento, perfino nella quiete:

« Mi venne detto senza premeditazione. O forse era per dire che appunto questa pietra, e il fiume, e tutte queste cose dalle quali possiamo imparare, io le amo. Posso amare una pietra, Govinda, e anche un albero o un pezzo di corteccia. Queste son cose, e le cose si possono amare. Ma le parole non le posso amare. Ecco perché le dottrine non contan nulla per me: non sono né dure né molli, non hanno colore, non hanno spigoli, non hanno odori, non hanno sapore, non hanno null’altro che parole: Forse è questo ciò che impedisce di trovar la pace: le troppe parole. Poiché anche liberazione e virtù, anche samsara e nirvana sono mere parole, Govinda. Non c’è nessuna cosa che sia il nirvana, esiste solo la parola nirvana ».

Disse Govinda: « Non una sola parola è il nirvana, amico. È un pensiero ».

Siddharta continuò: « Un pensiero, sia pure. Devo confessarti, mio caro, che non faccio una gran distinzione tra pensieri e parole. Per dirtela schietta, non tengo i pensieri in gran conto. Apprezzo di più le cose. Qui a questo traghetto, per esempio, ci fu, mio predecessore e maestro, un uomo, un santo uomo, che per tanti anni credette semplicemente nel fiume e in nient’altro. Egli aveva notato che la voce del fiume gli parlava, e da quella imparava, essa lo educava e lo istruiva, il fiume gli pareva un dio, e per tanti anni non seppe che ogni brezza, ogni nuvola, ogni uccello, ogni insetto è altrettanto divino e può essere altrettanto saggio e istruttivo quanto il venerato fiume. Ma quando questo santo se ne andò nella foresta, allora sapeva già tutto, sapeva più di te e di me, senza maestro, senza libri, solo perché aveva avuto fede nel fiume ».

Avrebbe potuto Siddharta essere Siddharta, senza il suo passato di erudito bramino? La risposta è che Siddharta è tutto ciò che ha vissuto, anche le sue letture e i suoi studi. Ma è la parola “anche” ad essere fondamentale: senza l’esperienza, senza l’immersione nella vita, con le sue gioie e i suoi dolori, i suoi incontri ed i suoi addii, Siddharta non sarebbe giunto a compimento, sarebbe stato come un libro con una bella copertina rilegata e tante pagine… ma con nessun contenuto dentro. E, soprattutto, senza pace.

Hermann Hesse

postheadericon Domande e risposte: Se c’è un’immagine che rappresenta i vostri genitori… qual è?

Questa è una domanda che ho sentito su una radio mentre tornavo a casa, stasera. Certo, era riferita in realtà ai papà, data la festa odierna, ma l’idea mi è piaciuta, mi ha fatto pensare alla risposta, ai miei genitori, e allora ve la ripropongo… in chiave allargata :-)

Intanto la mia risposta. L’immagine che mi tocca di più pensando a mio padre è lui, seduto, davanti al tavolo nella sua camera, ormai a tarda età, con un braccio rotto un paio di anni prima ma che non si è mai voluto far mettere a posto. Era cambiato, era invecchiato. Era diventato più… tranquillo, più bonaccione, lui che aveva sempre avuto un caratteraccio. Teneva spesso la barba di diversi giorni in quel periodo. Una barba bianca che lo faceva sembrare ancora più vecchio di quel che era. Non camminava più, non gli reggevano le gambe. Sarebbe morto pochi mesi dopo, forse un anno. Questo ricordo di un uomo burbero addolcito dagli anni mi fa tenerezza. Ma non è l’immagine che più lo rappresenta, questa è semmai lui che si aggira nei locali della sua scuola di parrucchieri per signora, con il suo camice bianco, a dare indicazioni e ordini alle sue allieve. Il suo lavoro gli era sempre piaciuto, l’aveva realizzato, e questo probabilmente lo tenne lontano da problemi di… carattere che poteva sviluppare, così come ho visto in altri famigliari.

Anche di mia madre ho, purtroppo, ricordi toccanti del suo ultimo anno, ma l’immagine che voglio avere di lei è quando trafficava in cucina per preparare il pranzo domenicale :-) Non posso dire di aver avuto una famiglia amorevole e felice, le liti e i disaccordi erano frequenti, sia tra i miei genitori che tra mio padre e il maggiore dei miei due fratelli. Erano liti spesso violente che a volte sfioravano la rissa non solo verbale. Ma il pranzo domenicale era l’occasione per riunirci tutti assieme. Gli “uomini di casa” si sfidavano a chi preparava l’aperitivo più buono, ogni settimana toccava ad uno di noi prepararlo. Mia madre si alzava presto e poteva dedicarsi ai suoi manicaretti. Lavorando tutta la settimana era quello l’unico giorno che le era concesso per questa piacevole attività :-) Allora non ero ancora vegetariano, ricordo il pollo arrosto con quella buonissima pelle croccante, e… il dolce poi! Il più buono era fatto con mascarpone, pavesini, caffé, scaglie di cioccolato. Una bomba calorica… ma buonissima! :-D

E ora tocca a voi… :-)

Fiat 128, una delle auto di famiglia dell’epoca di queste mie “immagini”

postheadericon Consapevolezza

Ecco un nuovo ripescaggio dai miei “antichi” post. Questo è nato nell’ottobre del 2007, il link all’articolo relativo con tutti i commenti dell’epoca è questo: Consapevolezza

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panorama dalla Madonna della Guardia (GE)Nella tua subcoscienza dimorano note inconciliabili che ti costringono alla dissonanza. Ma perché volgi lo sguardo a ciò che è morto? Perché ti occupi di defunti?
<< Lascia che i morti sotterrino i loro morti >>, e volgiti, o Magnifico, al Bello del presente che cerca svelamento.
Se resisti a quel sibilo di cembalo discorde che affonda nella macina del tempo, hai vinto la discrepanza, per cui ti riuscira’ facile intonarti sulla nota cristallina del grande Musico.
Raphael, da “La Triplice Via del Fuoco”

 

altare Belvedere - Madonna della GuardiaLa consapevolezza di se’ stessi nel momento presente e’ in pratica la chiave di ogni percorso misterico in ogni tempo e in ogni luogo. Che si parli di Buddhismo, Zen, alchimia occidentale, Cristianesimo (pensiamo a Meister Eckart ad esempio), Sciamanesimo, Sufismo, Tao, Tantra o ai Sapienti dell’antica grecia, il risvegliarsi nel “qui e ora”, l’essere presenti a se’ stessi e nelle proprie azioni, e’ l’arte fondamentale.

Panorama dalla Madonna della Guardia3Al di la’ delle diverse terminologie e riti, il “Risveglio” non e’ altro che questo: essere presenti a se’ stessi. Da qui iniziano tutte le Vie, da qui inizia la propria trascendenza. Siamo abituati a pensare che questo Risveglio, questa Trascendenza, siano qualcosa di irraggiungibile, di inarrivabile, qualcosa insomma a cui solo pochi “eletti” possono aspirare. E questo ce ne spinge distanti.

Bosco - Madonna della GuardiaMa quando siete completamente assorbiti da un bel brano, quando siete un tutt’uno con esso, dimentichi del vostro passato, delle vostre tribolazioni, di ogni cosa, quando esistete voi e cio’ che state facendo (ascoltare musica in questo caso), be’, forse voi non lo sapete, ma siete in piena meditazione, state trascendendo voi stessi (il vostro ego). “Perdersi in cosa si sta’ facendo”, senza attenzione ai risultati, alle aspettative, e senza il disturbo del passato, e’ in realta’ un ritrovare se’ stessi.

Panorama dalla Madonna della GuardiaAl posto della musica potete mettere qualunque cosa. Anche le cose piu’ inaspettate. Il lavoro riesce meglio se non siete in ansia per il risultato; problemi col sesso? Molto probabilmente non riuscite a lasciarvi andare, per condizionamenti o brutte esperienze del passato o – di nuovo – perche’ troppo concentrati sul risultato (da dove pensate arrivi la famosa ansia da prestazione?).

Santuario - Madonna della Guardia (GE)Non vi sto’ parlando di diventare “Eletti”, “Risvegliati”, non mi interessa. Sto’ parlando di vivere un presente che e’ li’, a vostra disposizione, che aspetta solamente che qualcuno lo sveli… e lo viva. Il piu’ grosso inganno, e’ credere che sia una cosa difficile.

Volete che accadano miracoli? Guardatevi attorno, probabilmente sono alla vostra portata e nemmeno ve ne rendete conto.

“Non è quanto si possiede, ma quanto si assapora a fare la felicità.” – Charles Spurgeon

foto mie: Madonna della Guardia (GE)

postheadericon Addio a Facebook

Potrebbe sembrare il titolo di un remake cinematografico, invece è l’ennesima (ma diluita in diversi anni, eh!) analisi delle dinamiche del web.

Lady Wolf pochi giorni fa mi ha dato un annuncio choc. Con quella fantastica ingenuità che tanto la contraddistingue, come nulla fosse mi ha detto “Oggi mi sono cancellata da Facebook” :-o L’annuncio è stato spiazzante perché non solo non era successo nulla che potesse farlo prevedere, ma anche perché – pur non essendone un’accanita fan – lo usava spesso. Le motivazioni sono state che si era stufata della superficialità degli argomenti che ci si trovano sopra (“ma che me ne frega a me del piatto che sta cucinando la casalinga X?”) e che tutto sembra essere scritto per… apparire, per vincere il confronto.

Adesso, sebbene sia chiaro e evidente che molti utenti sono utenti “sinceri”, è indubbio che queste sono anche le motivazioni che me ne hanno tenuto lontano. Sono iscritto, vero, ma le mie apparizioni lì sopra sono rare, di solito limitate a quando mi arriva una e-mail che mi dice che qualcuno ha scritto qualcosa sulla mia bacheca. Il famoso tag che poi scopri non avere quasi mai a che fare con te… mah! :-|

Al di là di cosa dice qualche esperto, ovvero che l’andamento di Facebook appare virale, rapida diffusione seguito ad altrettanto rapido declino, una cosa mi appare evidente: Facebook sta invecchiando. Se prima Facebook era il Fast Foot di Internet, oggi ci sono altri Social Network che sono ancora più spicci, come Twitter e Instragram, e i giovani, sempre alla ricerca del Fast Food che più Fast Food non si può, sono inevitabilmente attratti da questi ultimi. Invece ho notato curiosamente che è in rapida ascesa la presenza di persone della “terza età”, probabilmente contente di aver trovato un modo per restare in contatto più assiduo con figli e parenti. Quanto poi questo sia da questi ultimi davvero gradito e non rischi di essere scusa per essere ancora meno presenti fisicamente, non mi è dato di saperlo.

I succitati Twitter e Instagram non li conosco personalmente ma solo per sentito dire. Addirittura ho dovuto fare una ricerca su Google per essere certo di aver scritto correttamente “Instagram”. La prima voce che è uscita è stato il link al sito. La seconda il fatto che “L’attrice X è nuda su Instagram!”… penso che la dica lunga.

Inoltre non dobbiamo dimenticarci del nuovo fenomeno dei servizi di instant messaging sugli smartphone: sempre più persone usano ad esempio WhatsApp laddove una volta, attraverso il proprio cellulare, si connettevano a Facebook. Non è certamente un caso che Facebook abbia sborsato 19 miliardi di dollari (!) per acquistare WhatsApp. Che poi… non potete immaginare l’orrore con il quale ho visto che le famose “catene”, anche vecchie di anni, iniziavano ad essere riproposte una dopo l’altra su WhatsApp :-o :-(

E veniamo al nostro caro mondo dei blog. Essendo i fast-fooddiani migrati altrove, questo mondo appare adesso più stabile e sicuramente molto più serio. Ricordo il genere di commenti che ricevevo nei primi anni: molte immaginine ammiccanti e commenti… stile facebook. Ora, quando ho il tempo di rispondere, mi tocca impegnarmi davvero perché i commenti che trovo sono tutti di spessore. Ovvio che numericamente questo cambio non ha pagato: i commenti e le visite che ricevo sono circa un quinto di quelli dei “tempi d’oro”. Ma, a parte che ciò è anche dovuto al mancato meccanismo della “visita e controvisita” – oggi non riesco a visitare i blog altrui con la stessa frequenza di una volta – sinceramente non solo non m’importa, ma è anche più adatto al mio stile di vita odierno: non avrei il tempo di essere più presente e, conoscendimi, me ne farei un cruccio.

 

postheadericon Qual è il vostro cruccio – rimorso o rimpianto – più grande?

Un mesetto or sono, per partecipare a modo mio al Liebster Award, scrissi che le mie dieci domande ve le avrei poste nel tempo. La prima ve la feci allora (cosa vorresti fosse diverso nella tua vita?); la seconda, che vi faccio oggi, è “qual è il vostro cruccio più grande?”, ovvero qual è quel rimpianto, o più facilmente rimorso, che ancora vi portate dentro, che nonostante tutta la vostra saggezza che vi dice che è inutile rimuginare sul passato, fa ancora capolino?

Ovvio che adesso cortesia impone che vi dica il mio, o meglio i miei.

Non sono uno che da peso al passato, o meglio, so che come siamo oggi è inevitabilmente frutto del passato, o almeno anche di quello, come so che un giorno, se avrò la fortuna di invecchiare, il passato sarà quasi tutto ciò che mi rimarrà, tuttavia sono sempre stato per il “ciò che è stato è stato”. Eppure, se mi guardo indietro, qualche rimorso per un comportamento che oggi non avrei più… compare.

Quello forse più importante è stato l’essermi fatto “calpestare”, quand’ero giovane, in alcune occasioni, dimostrando scarso rispetto di me stesso; una cosa che adesso non permetterei più, costi quel che costi. Ancora adesso, so che può non farmi onore, ogni tanto vorrei tornare indietro e… mandare “dove si conviene” chi meritava di esserci mandato. Spesso non lo facciamo perché crediamo che sia sempre sbagliato arrivare allo scontro e alla rottura, tuttavia non solo non farlo, quando dignità lo imporrebbe, non porta comunque alcun vantaggio, ma anche la controparte finirebbe per apprezzarlo quasi sempre di più rispetto ad un atteggiamento passivo e remissivo. E’ questo è vero quasi sempre, che si tratti di lavoro, di relazioni, di amicizia. Il rispetto di noi stessi ci porta il rispetto degli altri.

Altri rimorsi li ho nei confronti di due animali. Il primo è Kit, il mio primo gatto. Lo lasciai a casa dei miei genitori la prima volta che andai a vivere da solo. Morì lì, consumato da un tumore, avendomi lontano. Vero che non era davvero il mio gatto, era il gatto di famiglia, ma io ero il suo preferito. Ancora oggi, quando ci ripenso, non posso non sentire il dolore per averlo abbandonato. L’altro animale… non so nemmeno cos’era. Un giorno, passando vicino ad un bidone della spazzatura, sentì qualcosa che ci si dibatteva dentro. Il mio primo pensiero fu che fosse un topo, e mi allontanai con ribrezzo. Ma poteva essere qualunque cosa, un gatto, un cucciolo, un piccione… Era mattina, spero che quell’animale, qualunque cosa fosse, abbia resistito fino a quando qualcun altro, magari un operatore ecologico, sentendolo dibattersi disperatamente, l’abbia liberato. Ma non lo saprò mai. Tra l’altro quest’ultimo è un ricordo che avevo proprio rimosso, non saprei nemmeno dire con certezza a quanti anni fa risale, probabilmente una ventina. Solo ultimamente, chissà perché, ha fatto capolino dal mio inconscio…

2. Qual è il vostro cruccio più grande?

postheadericon Wolf e la sua giornata tipo

Mi rendo conto che il mio povero blog è un po’ ai suoi minimi storici, purtroppo ho cambiato impiego, pur restando nella medesima azienda, e di tempo me ne resta solo qualche minuto la sera… quando però sono davvero stanco. Allora ho pensato di unire l’utile e il dilettevole: mettere sia un nuovo post, che adesso manca da un po’, e raccontarvi al contempo quella che è la mia giornata tipo :-D

Sveglia alle 7 usando il cellulare di mia moglie, dato che la suoneria del mio è davvero insopportabile e non riesco a cambiarla. Poiché Lady Wolf lavora al pomeriggio, la lascio poltrire ancora un po’ e mi dedico alle “attività di apertura”: pappa ai gatti (umido e stecchini), pulizia lettiera, preparazione colazione che servo a letto :-D , un po’ di stretching anti mal-di schiena, infine preparazione all’uscita. Dovete sapere che nella preparazione le parti sono invertite: ci metto più io a prepararmi, tra barba, cremine dopobarba e per la pelle (mi si screpola di inverno :-( ), spazzolino e varie ci impiego un’ora buona :-D

Finalmente, alle 8,30 circa esco di casa e mi butto nel traffico cittadino per recarmi al lavoro (a proposito, quello dell’immagine non sono io… ma solo perché non porto giacca cravatta e… bé, per i capelli! :-D ).

In ufficio vengo fagocitato dal lavoro. Io che sono sempre stato un lavoratore seriale, che affronta le cose una alla volta, mi trovo attualmente con… lasciatemi controllare… 29 attività parallele, tutte da seguire e la grande maggioranza a scadenza da rispettare :-( In più per molte mi tocca inseguire risposte e collaborazioni, a volte con risultati disarmanti…

La mensa per fortuna è nuova e devo dire che non è male, certo, mangiare in fretta e furia perché poi la sera non voglio uscire tardi non è la miglior cosa per una buona digestione, ma tant’é…

Due o tre sere alla settimana, traffico permettendo, all’uscita dell’ufficio vado a prendere Lady Wolf che lavora ancora più in centro di me e che altrimenti si affida (si fa per dire, poiché di affidabile in essi c’è ben poco) ai mezzi pubblici. Andiamo a recuperare Super-Tomino (il canetto di casa, per chi non lo sapesse) a casa e poi a fare la passeggiata serale, non importa se con tuoni e fulmini. Ovviamente prima di ciò c’è da sistemare la solita lettiera dei gatti con eventuale pulizia del pavimento, dare a loro e a Tom lo spuntino (stecchini per tutti), pappa ai pesci dell’acquario.

Il modello alternativo dell’uscita dall’ufficio è la corsa a dar crocchette ai miei-amici-gatti-del-parco, li dovreste vedere quando il primo di loro si accorge che entro nel parco: escono tutti, uno dopo l’altro, e mi corrono incontro a zampette levate :-D E’ uno spasso vederli! Peccato che nei mesi invernali il parco chiuda presto e a volte, poiché non tutti i gatti sono nelle immediate vicinanze del cancello, rimango chiuso dentro e mi tocca fare un giro assurdo per riuscire ad uscirne :-D

Già che ci sono, in queste serate, ne approfitto per le commissioni infrasettimanali: un minimo di spesa, una capatina in farmacia, altre faccenduole. Dopodiché vado a casa a fare da solo quanto descritto prima (recupero Tomino, sistemazione casetta, gatti e pesci…) e poi fare la passeggiata con Tom. Quindi alla stazione ad attendere Lady Wolf e di nuovo a casa dove Tom è atteso da pulizia zampette o doccia e dalla pappa.

Poi cena per noi. Mentre Lady Wolf prepara io mi metto un poco al computer (finalmente per fatti non di ufficio) ed è lì che in genere riesco ad essere presente sul blog, anche se – vi dico sinceramente – spesso non vedo l’ora di staccare…

Tre volte circa la settimana, dopo una salutare attesa post-cena, faccio un po’ di ginnastica nell’angolo palestra: una camera che ho attrezzato con panca, rotex (una specie di cyclette che si fa in piedi e usando anche le braccia), pesi e tappetino per lo stretching. A volte, doccia compresa, finisco oltre le undici di sera :-(

Prima di andare a letto, al pari delle “attività di apertura” del mattino, ci sono le “operazioni di chiusura”: Lady Wolf pensa alla pappa dei gatti e alla sostituzione delle varie scodelle dell’acqua sparse per la casa (con un cane e tre gatti…), mentre io mi dedico al mini-cambio d’acqua dell’acquario (preferisco così che fare il mega-cambio una volta al mese che, tra l’altro, per me è molto più stressante per i pesciolotti) e alla spazzolatura dei gatti (loro sono contenti e noi abbiamo molti meno peli per casa).

Infine qualcosa in TV (film se c’è tempo, altrimenti un epis0dio di una serie TV o un documentario pescato su Internet) – in genere mente faccio qualche posizione Yoga per allontanare le contratture della giornata (se non ho fatto ginnastica), qualche pagina di un libro, l’amico Sonny (il sonnifero) e via, verso nuove avventure oniriche… A proposito, quasi tutti i sogni che mi capita di ricordare non sono piacevoli… sarà lo stress? :-(

postheadericon Ispirazione

Il seguente post è stato pubblicato da me la prima volta il 27 ottobre 2007, trovate il link originale con le risposte date allora qua: Ispirazione

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“Qcorpiuando sei ispirato da alcuni grandi propositi, da qualche progetto straordinario, tutti i tuoi pensieri rompono le loro catene. La tua mente trascende le limitazioni, la tua consapevolezza si espande in ogni direzione, e scopri te stesso in un nuovo, grande e magnifico mondo. Forze sopite, facolta’ e talenti prendono vita, e scopri te stesso essere una persona di gran lunga piu’ grande di quanto tu abbia mai sognato essere.” – Patanjali, Filosofo indiano – Yoga-Sutras

Chi non ha mai provato, almeno una volta nel corso della sua vita, l’esaltante stato d’animo descritto da Patanjali? Solitamente e’ stato un evento, un incontro, qualcosa che si e’ parato fortuitamente sul nostro cammino a donarcelo. O almeno cosi’ pensiamo. Di solito ci danniamo per qualcosa che non abbiamo o che che abbiamo perso. Qualcosa che abbiamo desiderato cosi’ tanto da pensare che senza di esso la nostra vita non e’, o non sarebbe piu’ stata, degna di essere vissuta.

Eppure, se ci riflettiamo, la magia accade nella nostra mente. E’ la nostra mente. Perfino quando quel qualcosa che funge da ispirazione non e’ attorno a noi, o non e’ stata raggiunta, la nostra mente la ricrea dentro di noi; puo’ essere immagine, suono, sensazione… Il gatto e la lunapuo’ essere qualcosa che non si riesce a definire, ma quel qualcosa e’ come se fosse sempre li’, presente, a spronarci. Siamo noi, nel momento in cui abbiamo deciso di farci coinvolgere da quel sogno, da quella musa ispiratrice, chiunque o qualunque cosa essa fosse, che abbiamo acceso la forza incontenibile della ispirazione. Noi in quel momento abbiamo visto qualcosa che di solito non notiamo e raccogliamo. Noi non ne siamo di solito coscienti, ma il nostro stato d’animo, la nostra determinazione, la nostra voglia di sognare, il coraggio di affrontare le nostre paure, lo spirito di reazione nelle avversita’ e nel rompere gli schemi negativi che ci affliggono, contribuiscono enormemente al fatto che quel qualcosa di straordinario avvenga.

Ogni sogno che tramuta in realta’, parte sempre da noi e dalla nostra mente. Ogni ispirazione nasce prima di tutto dall’anima che la esperisce.

Coltivate i vostri sogni, lottate contro la vostra inerzia, i vostri blocchi, la paura di risultare forse ridicoli. Agite perche’ quei sogni possano divenire realta’. Forse non avverra’, e rimarranno solo bellissimi sogni, ma se non lo fate, la possibilita’ che si realizzino sara’ davvero minima.

Voi siete la vostra prima ispirazione…

Warming Up for the Night“Aspettiamo tutti questi anni per trovare qualcuno che ci comprenda, pensai tra me, qualcuno che ci accetti come siamo, qualcuno con un potere magico che sappia trasformare le pietre in luce solare, che ci porti felicità nonostante le controversie, che possa far fronte ai nostri draghi notturni, che ci possa mutare nelle anime che scegliamo di essere.
Soltanto ieri ho scoperto che quel magico Qualcuno è la faccia che vediamo nello specchio: siamo noi, e le nostre maschere casalinghe.
Dopo tutti questi anni, c’incontriamo finalmente…
Pensate un po’.”
Richard Bach, “Via dal Nido.”

postheadericon Scienza, Universo, e l’arroganza della “specie eletta”

Da secoli, ormai si può dire da migliaia di anni, l’uomo si è autoproclamato come “specie eletta”. L’uomo è colui per cui l’universo intero è stato creato, colui che può usare e abusare di qualunque altro oggetto o forma di vita con cui venga in contatto, poiché gliene è stato dato il diritto da Dio in persona. Per difendere questa posizione, egli tira in ballo le sacre scritture o dati pseudoscientifici che ne dimostrerebbero la superiorità sul resto del creato tutto. Perché “pseudoscientifici”? Perché basati esclusivamente su quel minimo di conoscenze scientifiche spesso superate e estremamente incomplete eppure citate come, appunto, fossero la Bibbia. Peccato che oggi proprio la scienza ci dice ogni giorno di più quanto siamo trascurabili nell’universo e quanto poco sappiamo di come esso, e noi stessi, funzioniamo.

Provate a chiedere allo “uomo della strada” se l’universo è fermo o si sta espandendo. Ci sarà chi, pomposamente, vi dirà che al momento si sta espandendo ma che la velocità con cui lo fa sta via via diminuendo e, un giorno, inizierà a contrarsi fino a tornare ad implodere in un unico punto. Questa convinzione era un punto fermo della cosmologia fino a qualche decennio fa e si basava sulla logica: lo studio dei colori delle stelle diceva – e dice ancora – che le altre galassie si stanno tutte allontanando dalla nostra, dunque l’universo si sta espandendo; la logica faceva supporre che la massa delle galassie stesse, più numerose nella parte interna dell’universo che alle estremità, avrebbe un giorno invertito il processo grazie alla loro forza di gravità che avrebbe prima rallentato il processo di espansione e poi avrebbe iniziato quello della contrazione. Ma oggi, quello che l’uomo dava ormai per scontato, si è dimostrato falso. Con sorpresa ci si è accorti che l’universo non solo non sta rallentando, ma sta addirittura accelerando la sua espansione, ogni giorno di più.  Perché? Perché evidentemente non è vero che c’è più massa verso il suo centro rispetto alle periferie. Ciò è stato dimostrato quasi casualmente dallo studio delle galassie.

Ci si immaginava che le galassie, che sono ammassi di innumerevoli stelle, si comportassero come il nostro sistema solare: il punto centrale, con grande massa e perciò grande forza di gravità, si muovesse con relativa lentezza, mentre la periferia, molto meno ricca di materia, ruotasse di conseguenza molto più velocemente. Bé, l’osservazione dimostrò sorprendemente che così non era: tutto ciò che è in una galassia si muove alla medesima velocità :-o Com’è possibile? L’unica spiegazione plausibile è che non è vero che il centro delle galassie contiene maggiore materia della sua periferia e abbia perciò maggiore forza di gravità. C’è insomma qualcosa in più delle sole stelle e pianeti, qualcosa in più della materia visibile. Da questa e da altre osservazioni sono nate le teorie della “materia oscura”, materia che non si vede ma c’è, e della “energia oscura”, qualcosa che non si vede ma c’è allo stesso modo. La materia oscura non si sa cosa sia ma gli scienziati hanno qualche supposizione. L’energia oscura… bé, non sia ha nemmeno idea di cosa sia, ma si sa che esiste per gli effetti che provoca.

Ecco perché l’universo esiste e rallenta: la materia oscura ha permesso alle galassie di consendarsi e non disperdersi, l’energia oscura di creare una forza di repulsione che si rafforza sempre più e che allontana la materia dal centro sempre più velocemente.

La cosa sconvolgente è che l’energia oscura costituisce grande parte dell’Universo, diciamo il 70%, la materia oscura un altro 25% e la materia convenzionale, quella che noi conosciamo, meno del 5%. La materia che noi vediamo, di cui pensiamo sia fatto l’universo e noi stessi, è… trascurabile nel mezzo di qualcosa che non capiamo.

E non è finita qua. Tra le teorie cosmologiche, sono sempre di più quelle che parlano di “multiverso”. Cos’è? E’ l’assieme di più universi. Sì, perché cosa ci fa credere che il nostro universo sia il solo possibile? La’ fuori potrebbero essercene a migliaia, a miliardi, che esistono contemporaneamente in spazi-tempo differenti. C’è la teoria delle “stringhe”, stringhe di “energia” che scorrono nello spazio; due di queste stringhe si sarebbero “urtate” e il risultato sarebbe stato quello di creare “un po’ di confusione” sulla loro superficie. Cos’è questa confusione? Il Big Bang, la nascita del nostro insignificante universo :-D

Insomma, nel medioevo l’uomo si era autoconvinto di essere al centro dell’universo, oggi sappiamo che il nostro pianeta è solo uno di quelli che ruota intorno ad una piccola stella della via lattea, la nostra galassia, dove ci sono milioni e miloni di altre stelle e, certamente, milioni di altri pianeti. La nostra galassia è solo una delle innumerevoli galassie che compongono l’universo che, a sua volta, è solo uno dei, probabili, milioni di universi che esistono. E chissà quanta “roba” c’è ancora che non comprendiamo e nemmeno immaginiamo che esista. La materia è una parte trascurabile dell’universo. Dunque lo siamo anche noi, o almeno, lo è il nostro corpo. Attorno a noi, in questo momento, c’è molto, molto, di più… solo che non siamo in grado di percepirlo.

Tutto questo per dire di quanto poco conosce oggi l’uomo. Possiamo dire che conosce molto di più di quanto conoscesse nel passato, ma tutto questo lo ha portato a comprendere che soprattutto sa di non sapere.

Chi ancora vuol credere di essere la specie eletta… faccia.

postheadericon Cosa vorresti fosse diverso nella tua vita?

L’amica Dupont (http://dupont651.wordpress.com/) ha assegnato un “premio” (anche) al mio blog. Ora, notoriamente a me non piacciono i “premi” sui blog, li trovo una perdita di tempo con l’unico merito di far conoscere qualche blog magari interessante. Però questo ha una formula interessante, o perlomeno che può essere resa interessante ponendo domande interessanti :-P L’unica cosa che onestamente cambierei è il nome “premio”… magari “iniziativa”, che dite? :-D In ogni caso la formula prevede, come di rito, di nominare il blogger che ha “premiato” e nominare a propria volta altri blog e blogger. Inoltre di solito viene chiesto qualcos’altro, che è poi la parte che può essere interessante. In questo caso si tratta di rispondere a 10 domande e farne 10 a propria volta (non le stesse, o almeno non necessariamente!).

Ecco… salto a piè pari tutto il resto e semplicemente porrò a chi legge dieci domande, dopo aver risposto a quelle che mi sono state poste (bé, almeno questo lo devo ;-) ). Ci penserò un pò, in modo di non farvi domande scontate e che incuriosiscano per primo me stesso. Tuttavia, poiché saranno domande “pesanti”, almeno così io credo, ve le porrò una per volta dilazionandole nel tempo.

Intanto queste sono le mie risposte alle domande di Dupont.

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1 – C’è un blog che ti piace in modo particolare? (quale?)

Bé, questa non è una domanda che mi piace, perché di blog interessanti ne conosco molti e nominarne uno vorrebbe dire fare torto agli altri. In questo momento ho 84 blog che seguo (anni fa avevo superato i mille, ma era davvero troppo dispersivo); di questi, oltre il 40% li ritengo davvero interessanti. Ecco perché non mi sembra il caso di nominarne uno in particolare :-)

2 – A cosa non rinunceresti per niente al mondo?

Alla mia famiglia. Lady Wolf, il fido Tom, il pacioccone e testardo Julius (non che Tom in quanto a testardaggine sia da meno), la simpaticissima e tenera Numa, la decana Sissi (Tom è un cane, gli altri tre sono gatti) e i pesci tutti :-D

3 – Hai un sogno nel cassetto, se sì, puoi dirmi quale?

Immagino che tu voglia intendere qualcosa di concreto da realizzare, altrimenti ti direi poter invecchiare con mia moglie (notoriamente sono un po’ pessimista sul fatto di arrivare alla vecchiaia :-P ). Una casa vicino a boschi e mare con un lavoro che permetta sia a me che a Lady Wolf di vivere dignitosamente passando più tempo assieme, sia tra noi due che con i nostri adorati animaletti :-)

4 – Dove sei nata/o?

In casa :-) Esattamente nella cucina (almeno così mi disse mia madre) dell’appartamento di un palazzo che da’ sulla piazza principale di Sestri Ponente, una delle più popolose delegazioni di Genova.

5 – In quale città abiti?

In un paesino sempre in provincia di Genova, distante davvero pochi chilometri.

6 – C’è un viaggio che desidereresti intensamente fare?

Immagino tu intenda viaggi di piacere… Non particolarmente. Avendo cane e gatti (e pesci), allontanarsi tanto o per tanti giorni non si può. Mi piacerebbe comunque riuscire a vedere i posti natali di mio papà (in Sicilia, dove non sono mai stato), e poi tanti altri viaggetti brevi, parchi dell’Abruzzo, tornare sulle colline toscane, o nei grandi laghi del nord… ad esempio Lady Wolf deve ancora vedere quello di Como ;-)

7 – Cosa non perdoneresti mai ad un’amica/o?

Oh, bé… se un amico cercasse di mettermi i bastoni tra le ruote in famiglia… oltre che a smettere di essere mio amico rischierebbe qualcosa di più eheheh :-D

8 – Quando hai aperto il blog lo hai fatto per un motivo particolare?

Sì, venivo da anni di forum dove ero molto “gettonato” – ogni nuovo thread (lì i post si chiamano così) raccoglieva sempre centinaia di commenti – ma dove avevo avuto qualche “scontro” di troppo ed avevo anche un po’ esaurito l’originalità di argomenti e risposte, per cui cercavo uno spazio mio e che non fosse limitato alle parole.

9 – Hai mai dovuto bloccare qualcuno dei tuoi commentatori perché offensivo o volgare?

“Bloccare” no, rarissime volte ho cancellato qualche commento, mai il suo commentatore. Ma di solito non faccio nemmeno questo.

10 – Sei felice?

Ragionevolmente o, meglio, “compatibilmente” :-) Con cosa? Bé, col fatto di avere un lavoro tiranno (e vale sia per me che per Lady Wolf) che mi costringe a non poter stare in famiglia quanto vorrei.

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Ed ora ecco la prima delle mie dieci domande per chiunque voglia rispondere :-) Le prossime ve le porrò nel tempo inframmezzandole con gli altri post.

1. Cosa vorresti fosse diverso nella tua vita e cosa servirebbe affinché ciò avvenisse?

 

postheadericon Dipendenze Affettive (estratto da uno scritto di Piero Priorini)

Il seguente post, un estratto di un articolo di Piero Priorini, psicologo romano, l’ho pubblicato per la prima volta sul mio blog il 20 ottobre 2007, qui potete trovare il post originale con i commenti dell’epoca: Dipendenze Affettive (estratto da uno scritto di Piero Priorini)

Incredibilmente, solo oggi, a distanza di pìù di sei anni, ho scoperto che Priorini ha un suo sito (http://www.pieropriorini.it/) nel quale si possono trovare i collegamenti alla sua pagina facebook, al suo blog e a numerosi suoi articoli, compreso questo che, quindi, potete anche leggere nella sua interezza (qui: Dipendenze Affettive).Magari può interessarvi :-)

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[...] Alcune domande fondamentali che ho imparato a rivolgere a coloro che si rivolgono a me per curare una supposta ferita d’amore, sono quelle relative alla descrizione del proprio compagno e delle esperienze vissute insieme. Quasi sempre c’è incompatibilità d’anima, mancanza di rispetto, progettualità diverse se non addirittura opposte, bisogni e desideri che non possono essere condivisi. E scarsi, se non assenti, sono stati i momenti di comunione profonda e di soddisfazione reciproca.

Perché allora continuare?

Perché tormentarsi nella speranza che le cose possano cambiare quando il supposto cambiamento è stato solo desiderato, sognato, immaginato ma mai sperimentato come possibile?

Perché non poter chiudere e allontanarsi, magari tra mille turbamenti, ma con la consapevolezza di una fine che era inevitabile per il rispetto di entrambi?

Perché restare sul posto, immobili… spesso indifferenti agli insulti e agli oltraggi… amplificando il proprio dolore a dismisura in una sorta di delirio sacrificale il cui orrore è pari solo alla sua inutilità?

E – soprattutto – perché questo stato di cose sembra non avere mai fine? Non essere limitato entro un ragionevole lasso di tempo entro il quale valutare le effettive opportunità di cambiamento…

Una osservazione superficiale potrebbe far ritenere il fenomeno dovuto alla minore capacità degli uomini e delle donne moderni di sopportare qualunque tipo di frustrazione, e di stabilire perciò dei legami di dipendenza non essendo semplicemente in grado di accettare il rifiuto di sé.

Ma non è così. Anzi… si potrebbe affermare addirittura il contrario: e cioè che la dipendenza si stabilisce appunto perché c’è il rifiuto. Se non ci fosse, quasi sempre il supposto amore finirebbe in un lasso di tempo incredibilmente breve.

Per quanto paradossale possa sembrare, la dipendenza si alimenta del rifiuto, della negazione di sé, del dolore implicito nelle difficoltà e cresce in proporzione inversa alla loro irrisolvibilità.

Quello che seduce è la lotta.

Quello che incatena – per usare le parole della psichiatra milanese Marta Selvini Palazzoli – è l’Ibris, cioè a dire la ingiustificata, assurda, sconsiderata presunzione di farcela. La presunzione di riuscire prima o poi nella vita a farsi amare da chi proprio non vuole saperne. O, secondo una serie di specifiche variabili, di riuscire a curare chi non può o non vuole essere curato, di salvare chi non può o non vuole essere salvato.

Ma ancora una volta, contrariamente a quello che può ritenere il buon senso comune, questa compulsione ad oltranza che spinge gli affettivo-dipendenti a permanere nella proprie inutili battaglie, non è determinata da una sorta di masochismo psichico. Non è il piacere per le proprie sofferenze che motiva tutte queste persone, bensì proprio l’opposto: la speranza inconsapevole di saturare una vecchia ferita. Di guarire da un male antico.

Perché il rifiuto, l’abbandono, la svalutazione di sé, l’umiliazione, hanno già fatto parte della loro vita emotiva; in un modo o nell’altro sono state queste le esperienze cruciali che hanno caratterizzato il delicato periodo formativo della loro personalità. Che ne è stata segnata!

In un’epoca in cui l’autonomia emotiva e la piena coscienza non potevano ancora essersi formate ci sono state laceranti esperienze di rifiuto e di abbandono da parte di uno o di entrambi i genitori, come conseguenza delle quali i bambini sono cresciuti in una sorta di anestesia che nasconde però sia l’ambivalenza dolore-rabbia per il mancato riconoscimento d’amore, sia l’atroce dubbio di non valere poi tanto e di dover fare di tutto per essere migliori.

La crescita copre la ferita… ma la lascia insanata.

Quando poi, nella vita adulta, si presenta una situazione simbolicamente simile a quella precedentemente vissuta è come se fosse colta al volo l’occasione di ritualizzarla per tentare di sanare il passato attraverso il presente. L’intento dell’inconscio non è sciocco né tanto meno auto-distruttivo. Piuttosto è ingenuo nel suo presumere di poter dimostrare una volta per tutte la propria disponibilità affettiva e il proprio valore, di conquistare (curare o sanare) l’essere tanto amato ma mai conquistato, e di venir così risarcito di tutto l’amore mancato.

Quasi mai l’Altro è visto per quello che è (spesso un egoista chiuso su se stesso, o un nevrotico senza speranza o un approfittatore senza scrupoli); piuttosto è immaginato come sarebbe qualora si lasciasse finalmente amare e con amore ricambiasse tanta dedizione. È di questa immagine, evocata come per incantamento nello specchio magico dell’inconscio, che il dipendente si innamora; senza accorgersi minimamente che dietro tale mascheramento occhieggia il volto del genitore che l’ha tradito.

L’ulteriore e ultimo paradosso consiste nel fatto che il rituale simbolico è percepito tanto più significativo – e dunque tanto più coercitivo – quanto più l’Altro si presenta affettivamente poco disponibile e non del tutto conquistabile, così come mai raggiunto e mai conquistato è stato l’adulto abbandonico. Non a caso la maggioranza degli affettivo-dipendenti confessa spontaneamente di non aver provato quasi mai attrazione verso Altri che, pur avendo tutti i requisiti per essere desiderabili, hanno commesso l’errore di testimoniare un gratuito affetto nei loro confronti. Come se la gratuità, appunto, avesse il potere di soffocare il loro desiderio, che solo nella morbosità della difficoltà e del rifiuto viene invece percepito e riconosciuto. In sostanza, più che di una immaturità cognitiva ed emozionale del dipendente, si tratta di una distorsione patologica della sua vita affettiva, ricalcata sull’impronta distorta impressa dal modello di relazionale primario.

Fermo restando che in qualunque relazione possono esserci brevi dolorosi momenti di mancata comprensione e incompatibilità, l’essenza dell’amore dovrebbe consistere nel piacere e nella gioia di condividere con un altro essere umano il mistero della propria vita. La dipendenza affettiva, al contrario, è caratterizzata da una tensione di incomprensioni e di ostilità, magari inconsce ma costanti, e dal ristagno dell’anima in condizioni quanto più dolorose e difficoltose… pena la fine dell’incantamento e la ricerca di una nuova relazione ancora più penosa e priva di speranza, in una coazione a ripetere pressoché infinita.

Piero Priorini