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"L'uomo è nato per vivere, non per prepararsi a vivere" - Boris Pasternak
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... ma non dimentico le 398.200 visite raccolte sull'ormai defunta piattaforma Splinder da settembre 2007 a gennaio 2011! Un grazie a tutti i visitatori! :-)

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postheadericon Le virgole della nostra vita

La quotidianità ci porta solitamente a pensare alla nostra vita come a qualcosa di consolidato, di normale, perfino di scontato a volte. Eppure, ripensando al passato, ad ogni singola decisione che abbiamo preso, è facile rendersi conto di come ogni cosa potrebbe essere diversa.

Pensiamo alle coppie che si sono incontrate casualmente in un luogo di villeggiatura, ad esempio. Sarebbe bastata la decisione di andare altrove, o perfino di trascorrere quella determinata giornata in modo diverso, per cambiare tutto.

Ma non sono solo i fatti contingenti a determinare le nostre vite, sono anche le più piccole decisioni di un passato lontano. Un bambino che perde il pullmino della scuola, non lo sa, ma sta determinando l’intera sua vita successiva. Così come lo sta facendo una persona che al supermercato decide di comprare un prodotto invece di un altro. Una e-mail inviata o meno, Una parola detta o non detta. Tutto è stato determinante per essere qua, in questo momento, a fare ciò che stiamo facendo, ad essere lì dove siamo.

La nostra storia è un interminabile intreccio di cause ed effetto, di “sliding doors”, per citare un famoso film, delle quali, per la stragrande maggioranza, non siamo nemmeno consapevoli.

Cambiamo una sola virgola del nostro passato e cambierà tutto il nostro presente, in maniera impredicibile.

postheadericon Fine stagione 2013-2014 e Istituto Lama Tzong Khapa

Ho usato un termine un po’ calcistico (“stagione 2013-2014″) per indicare la fine delle vacanze e il prossimo rientro al lavoro :-( In effetti il vero spartiacque tra due anni, per chi ha un lavoro “classico” con ferie più o meno agostane, è questo anziché le vacanze natalizie… anche perché Lady Wolf, che lavora per un commercialista, sotto Natale di vacanze ne ha davvero poche o nulla.

Colgo allora l’occasione per fare una breve disamina del periodo. Personalmente parlando, abbiamo quasi terminato ferie che sono state caratterizzate dal maltempo più o meno senza soluzione di continuità, si saranno salvati si e no cinque o sei giorni, incluse le giornate di ieri e di oggi. Peccato, perché avendo terminato il trasloco a metà Luglio non avevamo nemmeno goduto dei pochi weekend estivi precedenti e quindi abbiamo praticamente saltato tutti i viaggetti “fuori-porta” che ci piacciono tanto.

Comunque qualcosa abbiamo fatto. Un paio di giorni fa, in particolare, abbiamo fatto un salto all’Istituto Lama Tzong Khapa, in quel di Pomaia, in provincia di Pisa. Si tratta di uno dei principali siti di buddhismo tibetano d’Europa. Ci ero già stato nel 1999, ovvero ormai quindici anni fa, e da parecchio volevo mostrarlo anche a Lady Wolf che ha particolarmente apprezzato. Il posto è immerso nelle colline toscane, è molto silenzioso, e anche chi vi abita o ci va a fare pratica, studiare o meditare, rispetta tale silenzio. Non ci sono insomma schiamazzi o rumori, e si respira un’aria di serenità. Mi è piaciuto molto il commento che dopo una mezz’ora ha fatto Lady Wolf: “… mi sembra che tutto sia rimasto fuori”, dove “tutto” è quanto di negativo aveva accumulato, soprattutto per le difficoltà legate al lavoro, nel corso dell’anno. Ci torneremo sicuramente, stavolta fermandoci anche per un paio di notti, magari seguendo uno dei corsi offerti ai visitatori.

Comunque ci siamo portati a casa alcuni oggettini di arredo, oltre a qualche libro, che mi piacciono molto e che, spero, portino anche un po’ di serenità e fortuna :-) Si tratta di due drappi verticali di buona fortuna, con impresso il mantra om mani padme hum, e di una ruota di preghiera, contenente un rotolino di mantra della Grande Compassione, che potete vedere nelle immagini.

Non sono buddhista, tuttavia questa è una delle filosofie alle quali mi sento più vicino, lo definirei più un “metodo” per controllare i propri stati mentali e liberarsi dalla sofferenza, che una filosofia o una religione, anche se certamente ha richiami legati alla tradizione e alla cultura nella quale si è sviluppata che richiamano una vera e propria religione.

Obiettivi per… la stagione 2014-2015? Bé, per Lady Wolf è imperativo trovare un nuovo lavoro. Sappiamo che non sarà facile, ma sono convinto che ce la farà. Anche a me piacerebbe cambiare, aprire un’attività che sia tutta mia, ma essendo il mio un lavoro full time e discretamente retributo, mi rendo conto che il mio “salto” sarebbe più rischioso. Quindi… non lo accantono, diciamo che resterà il classico sogno nel cassetto da tirare fuori al momento opportuno… se tale momento arriverà mai.

Poi, vorrei riuscire a dedicare più spazio proprio alle pratiche di controllo mentale ed emotivo a cui ho accennato sopra. Ci sono poche cose che mi spiazzano… ma quelle lo fanno molto, troppo. E ciò non va bene. Credo davvero che la grande parte della sofferenza delle nostre vite possa essere eliminata. E’ vero infatti che il dolore fisico, se c’è, resta, ma anche in questo caso esso è molto spesso accompagnato da stati di malessere mentale, come angoscia, paura, disperazione, o, in altri casi, rabbia e ira. Eliminate queste ed avrete eliminato la maggior parte della vostra sofferenza.

Per il resto, qua ci troviamo bene… spero che per qualche anno riusciremo ad evitare nuovi traslochi, anche se, lo sappiamo bene, la vita è come il Monopoli: esistono probabilità… ma anche – e tanti – imprevisti :-)

postheadericon Il perdono

L’ultimo post del Novembre 2007 parlava di perdono, un concetto sul quale si è parlato molto, spesso con una certa superficialità. Perdonare non è immediato, né deve esserlo. Ogni emozione e sentimento, se sono presenti in natura, hanno una loro funzione positiva; se proviamo rabbia, ad esempio, è perché qualcuno ci ha calpestato. Se fossimo esseri completamente razionali potremmo perdonarlo da subito evitando però nel contempo di permettergli di continuare a farci del male. Siccome non siamo esseri “soprattutto razionali” ma siamo preda dei nostri stati inconsci molto più di quanto crediamo, l’ira, la rabbia, persino il risentimento, perlomeno per un determinato periodo, ci preservano dal ridare spazio a chi ci ha calpestato quando ancora non siamo pronti a “proteggerci”. Certo, passato quel periodo è bene “andare oltre”, altrimenti risentimento e rancore diventano un fardello inutile e controproducente.

Qui trovate il post originale con tutti i commenti dell’epoca: Il perdono

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Da sempre si dibatte sull’utilità del perdono. C’è chi sostiene di perdonare quasi istantaneamente, e chi invece dice – quasi con vanto – che mai perdona e mai perdonerebbe.

cellaIo sono convinto che il perdono serva, sempre. Nel migliore dei casi esso ha il potere di liberare due persone da una prigione, ma anche quando non è possibile una riconciliazione (la persona che ci ha fatto del male non c’è più, ad esempio) e perfino se l’altro non ammette di dover essere perdonato o se ne infischia del nostro perdono, esso ne libera sempre almeno una: chi il perdono lo concede. Perché da quel momento sara’ libero da quel sentimento che divora l’anima giorno dopo giorno e che va’ sotto il nome di rancore.

Sì, io credo che si possa perdonare, sempre. Lo hanno fatto i prigionieri dei campi di concentramento, non dite “No, come è possibile perdonare questo? Mai!”: il perdono non è “assoluzione”, non confondetelo con l’annullamento della colpa; se c’è una pena da scontare, essa va’ scontata. Se qualcuno ci danneggia, è giusto prendere contromisure e, se è il caso, allontanarsi od allontanare.
Il perdono non è “subire” e nemmeno necessariamente “tornare indietro”.
Semplicemente… non c’è bisogno di covare risentimento per staccare, quando è necessario farlo.
Pensate ad una tigre: se la vedete scappate, vi mettete in salvo, la rinchiudete dove non possa far male o nuocere ancora. Ma non pensereste che la tigre è “cattiva” o “crudele”, non è vero? Pensereste solo che è pericolosa. Si potrebbe ribattere che la tigre agisce per istinto. Eppure anche l’uomo, nelle sue azioni piu’ immediate, e’ spinto molto piu’ dai suoi moti inconsci e irrazionali – che solitamente affondano le radici in un passato distante – piuttosto che sulla base della fredda logica.
Sì, si puo’ perdonare chiunque. Ma c’è un tempo per il perdono, un tempo che non puo’ essere affrettato, o sarà un perdono a parole, ma falso nei fatti e nel proprio sentire, che è poi cio’ che davvero conta. Non si deve soffocare il motto di ribellione quando si subisce un sopruso, questo non è “perdonare”. Anche l’ira e la rabbia, se ci sono state date, hanno una loro funzione: esse servono a staccare più facilmente da situazioni o da persone dalle quali altrimenti non riusciremmo – a freddo – ad allontanarci, fisicamente o mentalmente che sia. Talvolta la forza della rabbia ha letteralmente salvato vite.
Tuttavia anche l’ira e la rabbia, come il perdono, hanno un loro giusto tempo. Molto tempo fa’ lessi su un libro di Yoga che esistono tre tipi di ira: c’è l’ira d’acqua che, come arriva, subito sparisce; l’ira di sabbia, quella più comune, che arriva e perdura finché il vento non ha compiuto il suo lavoro; e c’è l’ira di pietra, che mai passa, che sarà un eterno macigno nel nostro cuore e nella nostra anima…
Ci vuole solo tempo e comprensione. Non si è “cattivi” o “incapaci” perché ancora non si è riusciti a perdonare. Peggio sarebbe, aver concesso un falso perdono: il risentimento che cova sotto la superficie della coscienza, farebbe presto o tardi capolino, rovinando tutto.
Come perdonare? Il perdono passa da una solo cosa: la comprensione. Comprensione che l’essere umano è fallace, che quasi sempre chi si comporta male con qualcuno, è la prima persona ad avere dei problemi, ad aver avuto insegnanti di vita incapaci che l’hanno portato ad essere così. Esso va’ allontanato, punito, rinchiuso per sempre affinché altre persone non debbano soffrire per colpa sua, forse. Ma puo’ essere perdonato. Quasi sempre non c’è vera “cattiveria d’animo”, ma solo povera ignoranza.
Ricordatevi della tigre…

 

Sissi in gabbia

foto mia: Sissi in “gabbia”

postheadericon Essere fortunati

Ognuno di noi sa che, un giorno, non ci sarà più. Nonostante questa certezza viviamo la nostra quotidianità come se fosse per sempre e solo quando qualche disturbo preoccupante, a noi o a un nostro famigliare, fa capolino, iniziamo a interrogarci, a temere di poter perdere quanto abbiamo, anche se sappiamo che sicuramente questa perdita è solo questione di tempo.

E’ giusto, come potremmo vivere diversamente? Chi ce lo farebbe fare di sopportare gli strali della vita, le sofferenze, la fatica, le preoccupazioni, la consapevolezza che per quanto difendiamo il nostro castello esso alla fine crollerà, se avessimo questo pensiero sempre vivo? Lo chiamiamo “saper cogliere l’attimo”, ma in realtà non vi è davvero un altro modo di vivere. La vita è nascondere la testa sotto la sabbia, che lo facciamo consapevolmente oppure no. Ed è giusto così.

A quarantotto anni e mezzo (quasi), mi ritrovo pieno di acciacchi. Disturbi un po’ vecchi, un po’ nuovi, che spesso sembrano non voler più mollare la presa. Sto entrando nell’età degli “esami di controllo periodici”, quelli che si attendono sempre col fiato un po’ sospeso. Sono ancora giovane? Sarebbe così sconvolgente se sapessi di non avere più tanto tempo davanti? Certo. Lo sarebbe, personalmente e per i famigliari. Eppure ogni giorno molta gente più giovane, perfino bambini, se ne va. Non ho voglia di guardare le statistiche, ma so che non è affatto così improbabile come le “chiacchiere da caffé” vorrebbero e come le balle sulla vita media cercano di propinarci. L’aspettativa di vita media di 80 anni significa che ci sono 3 persone fortunate che arrivano a 90 e più anni, e una che si spegne molto, molto prima. E tutti abbiamo tanti esempi attorno. Ognuno di noi ha un terzo di probabilità di ammalarsi di cancro almeno una volta nella vita, lo sapevate? Si cura anche questo? Sì, come no. Per certi tipi di tumore la probabilità di uscirne è inchiodata su cifre bassissime da decenni. Sospetto che il famoso 50% di successo globale tenga in considerazione tanti tumori frequenti o “innocui”, come i basaliomi della pelle. Così siamo capaci tutti, mi verrebbe da dire.

In fondo so di essere già stato fortunato così. Sarei potuto nascere in uno dei tanti paesi del mondo dove arrivare a quarant’anni è già grasso che cola. Oppure sarei potuto nascere qui, ma a inizio ’900, e aver dovuto passare attraverso guerre sanguinose. O ancora più indietro, nel Medioevo magari, dove andare a farsi ammazzare per il signorotto locale e una paga misera era cosa normale. E comunque c’erano carestie e epidemie.

Quali sono le cose importanti della vita? Bé, ognuno ne ha un’idea diversa. Io credo di aver già raggiunto le mie. Certo, potrei migliorarle e magari godermele un po’ più a lungo. Ma avrei anche potuto non avere il tempo di raggiungerne nemmeno una. E ne sono assolutamente consapevole.

Se ho una preoccupazione, questa è che non potrei lasciare la sicurezza economica a Lady Wolf, e ai nostri cari animalotti. Come farebbe lei con uno stipendio part time, oggi, a tirare avanti e a dare continuità non solo a se stessa, ma anche a loro? So già come mi risponderebbe lei :-) Mi direbbe “Farei come facevo prima!” :-P

Stasera va così… in attesa di post, speriamo, più leggeri…

postheadericon Le battaglie della nostra vita – … e fine trasloco!

Oggi abbiamo finalmente riavuto l’ADSL (alleluia!), poi, approfittando del pomeriggio libero (ero tornato a casa per controllare che la connessione fosse davvero stata attivata) ho montato una piccola mensola che adesso ospita una delle piante, poi ho fissato un portachiavi, una presa multipla per gli accessori del PC alla scrivania, poi… ah, sì, un altro orologio da parete, sono ormai 5! :-D No, non siamo “fissati”, è che mi dispiaceva liberarmene dato che nella casa precedente avevamo tre stanze in più. Piccole cose da fare ne rimangono, ma iniziamo a vedere la fine :-)

Non ho ancora granché tempo per Wolfghost (e soprattutto per Adottauncucciolo, povero :-( Solo oggi abbiamo potuto riniziare a mettere qualche appello…), così stasera ripesco un post del Novembre 2007, si chiama “Le battaglie della nostra vita” e il link originale, inclusi i commenti dell’epoca si trovano qua: Le battaglie della nostra vita

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LLe battaglie della nostra vita

Possono essere battaglie contro un nemico che è fuori o dentro di noi, un nemico in carne ed ossa, col quale non è possibile dialogare, costituito da una persona o da un “sistema”, oppure un fantasma che appare e scompare inafferrabile nella nostra testa e che infesta i nostri sogni e le nostre speranze.

Possono essere le sfide del cambiamento, o quelle per resistere in una situazione ingrata.

Non tutte le battaglie sono da combattere pero’. Bisogna avere la saggezza di non buttarsi in sfide inutili, che non possono essere vinte, oppure di così scarsa importanza da non valere l’energia ed il tempo che gli si dedicherebbe.

S. Giorgio che lotta col drago - 1505 -  Raffaele Sanzio

Ci sono battaglie che proprio non possiamo permetterci di perdere; altre per le quali vale la pena di combattere perché, anche se possiamo essere sconfitti, sarebbe un disonore per noi stessi non avere nemmeno il coraggio di ingaggiarle nonostante la loro importanza.

Non permettiamo alla nostra inerzia, alla sfiducia in noi stessi, al “quieto vivere”, alla paura di non farcela, di non mettere tutto noi stessi, corpo, cuore ed anima, nelle sfide che possono davvero cambiare la nostra vita.

Al di là del risultato, chi non combatte, le ha già perse in partenza.

postheadericon Chiuso (per un paio di giorni) per trasloco! :-D

Ebbene sì, finalmente l’ennesimo trasloco è arrivato! :-P Se sembro contento è perché anche se la preparazione è stata meticolosa, con tanto di diagramma con date e attività da fare, e questo ci ha aiutato a non dimenticare nulla, è stata davvero lunga e faticosa, al punto che non vedo l’ora di aver “saltato il fosso” nella giornata di domani (oggi, per voi che leggete). Da domani sera saremo residenti nella nuova cittadina, torno vicino al mio mare! Anche se certamente dovremo ancora far un po’ di spola per sistemare e portare le ultime cose.

La cosa che ci preoccupa di più? Numetta! La gattina in primo piano nella foto a fianco (quella più distante dall’acquario) :-| Anche se è tanto affettuosa, è rimasta un po’ selvatica e riuscire a metterla nel trasportino è sempre una battaglia per tutti, per noi e per lei. Speriamo bene! Non vorrei si facesse male (se noi ci becchiamo qualche graffio pazienza! :-D ). Certamente tra lei, Julius e Sissi (e Tom), sarà un bel concerto durante il viaggio verso la nuova destinazione! :-P A seguire nelle preoccupazioni, bé c’è l’acquario. Spostare un acquario è sempre un’impresa, spero anche in questo caso che non si faccia male nessuno (dei pesci, naturalmente): bisogna “pescarli” e metterli in appositi contenitori riempiti con la stessa acqua dell’acquario; svuotare lo stesso ma non completamente (le piante devono stare in ammollo) e l’acqua recuperata va tenuta in apposite taniche perché servirà a non fare un eccessivo cambio d’acqua che farebbe male ai pesci.

Bene, meglio che vada a nanna, dato la giornata campale che ci attende!

Da domani ci troverete qua ;-) :

http://it.wikipedia.org/wiki/Arenzano

 

postheadericon La vita è una partita a scacchi… e pure un trasloco ;-)

Ho sempre pensato che in ogni cosa, perfino in un gioco,  mettiamo noi stessi. Certo, l’importanza della posta in gioco è diversa, eppure come ci comportiamo in una cosa di apparente poco conto, così, o almeno in modo similare, ci comporteremo nelle cose importanti. Ecco perché credo che perfino dalle cose piccole possiamo imparare importanti aspetti di noi stessi, del nostro modo di affrontare la vita, del nostro modo di agire. Studiandoci sopra, potremmo migliorare non solo ciò che stiamo facendo, che sia importante oppure no, ma anche come agiremo nelle nostre sfide future.

Ecco allora quanche altro pensiero nato dall’osservazione della preparazione al prossimo trasloco, previsto per il 16 di Luglio, e… delle solite partite a scacchi :-)

1) Se non ne avete voglia, non avete tempo, siete di fretta… lasciate perdere.

Le cose richiedono concentrazione ed entusiasmo per funzionare bene. Alcune sfide tocca affrontarle lo stesso ma, per le altre, non siete obbligati. Perché fare qualcosa che non vi va veramente di fare o che sapete già avere buone probabilità di fallire a causa dello scarso tempo che potrete dedicargli?

2) Chi ben comincia è davvero a metà dell’opera…

Spesso non si vede l’ora di andare al nocciolo della faccenda, eppure iniziare con il piede sbagliato, errare le prime mosse, da’ un vantaggio all’avversario, che sia umano o il caso, che spesso si rivela irrecuperabile. Forse sarete obbligati a combatterla comunque, non sempre si può “abbandonare la partita”, e magari sarà anche una sfida che tirerete a lungo, sempre tesi all’inseguimento a causa di quell’errore iniziale. Ma, sotto sotto, sapete già di aver persa in partenza. Un vero peccato.

3) … ma l’altrà metà della strada è lunga: mai calare l’attenzione.

Bene sarebbe, quando possibile, avere una strategia, o meglio ancora un set di strategie a seconda di come si mette la vostra sfida. Vivere alla giornata è senz’altro una bella proposizione, ma spesso non è proprio il modo migliore di affrontare le sfide. Inoltre, non solo si deve fare mente locale alle mosse da fare il più possibile in anticipo, ma bisogna sapere che per quanto ci si sia preparati, il vento può cambiare e bisogna essere pronti a prendere una nuova rotta per arrivare alla meta prevista. Scorgere una tempesta in avvicinamento ma non fare nulla per evitarla perché ormai si è tracciato la rotta, non può che portare ad “una tremenda sciagura” (citazione dal film “The Mothman Prophecies” :-D ).

4) Ogni partita è una storia a sé.

E’ un po’ un corollario del punto precedente. L’esperienza è utile, ma non può giocare al posto vostro. L’esperienza è solo una parte di ciò che serve. Anche se avete vinto le dieci partite precedenti, una mossa inaspettata, del vostro avversario o del fato, non solo è possibile, ma perfino probabile. Aspettarsi che tutto fili liscio, che il mare sia sempre piatto come una tavola e il vento sempre a favore, è quasi sempre una pia illusione. Quindi… occhi aperti!

5) Spesso è proprio nell’ultimo tratto che si commettono errori fatali.

Non se ne ha più voglia, la fine è a un passo e ormai sembra impossibile che qualcosa possa andare storto. E poi, come ben sa chi ha fatto la leva militare, negli ultimi metri di un percorso un sassolino pesa come un macigno, e un giorno è lungo cento. Quando si è in questo stato d’animo, è molto facile lasciarsi andare e… essere infilati in contropiede ;-)

 

Bé, mi rendo conto che la morale è: attenzione all’inizio, attenzione nel viaggio, attenzione alla fine. E’ dura, lo so :-D

postheadericon La fortuna dei principianti

Un po’ di tempo fa, diciamo un annetto, ripresi a giocare a scacchi dopo molti anni. Ancora adesso, anche se poco, sempre per via del tempo a disposizione, ogni tanto una partitina me la faccio :-) Purtroppo Lady Wolf non sa giocare a scacchi – e comunque non ne avrebbe la pazienza :-D – così gioco contro un programma online.

Iniziai presto a vincere facilmente le partite al livello per principianti (bé… ero parecchio arrugginito, per cui iniziai dalla “base” :-) ). Poco dopo seguì il livello intermedio… ma il livello avanzato mi era parecchio ostico.

Poi, un bel giorno, vinsi la prima partita del livello avanzato. E dopo la prima seguì presto le seconda, e poi la terza e la quarta :-) Iniziai a bearmi della mia bravura e… per un sacco di tempo non ne vinsi più nemmeno una! :-P

Mi venne così in mente un altro episodio. Ero in vacanza a Maiorca con degli amici ai tempi dell’università. Una sera, sulla passeggiata che condiceva al mare, decidemmo di cimentarci in uno di quei giochi che simulano la pallacanestro: ti arriva una palla dopo l’altra e devi riuscire a centrare il canestro. Io ero l’ultimo ad effettuare la prova. Non avevo mai giocato a basket in precedenza quindi non mi aspettavo di fare bella figura. Comunque iniziai e… il primo pallone si infilò perfettamente, e dopo di quello un altro e altri quattro consecutivamente! I miei amici erano stupefatti e, ovviamente, vista la fascia di età, anche palesemente invidiosi. Immagino di essermi esaltato e… inutile dirvi che non ho messo più dentro una palla che fosse una! :-D

Credo che nella vita molte cose non siano affatto così difficili come crediamo ma la nostra mente ci mette del suo. Partiamo liberi e sgombri, ma presto iniziamo ad aggiungere stati emotivi che minano ciò che stiamo facendo.

Può essere la supponenza di essere bravi, quasi infallibili, a farci crollare lo stato di attenzione facendoci così fallire. A quanti succede di commettere errori stupidi proprio in ciò che hanno fatto mille volte senza sbagliare? Purtroppo a volte errori anche drammatici, come incidenti automobilistici. Ricordo ad esempio che all’università non sbagliavo mai i calcoli difficili ma quelli del tipo “2+2″. Una rabbia… :-P

Altre volte iniziamo a caricare ciò che stiamo facendo di aspettative che ci appesantiscono e rendono insicuri. Quello che prima era solo un gioco o che comunque, essendo principianti, ci perdonavamo di sbagliare, diventa una sfida da non fallire. In queste condizioni spesso si cade.

L’esempio della guida è di nuovo buono.

Quando arrivai alla maggiore età fu il momento di prendere la patente. A differenza di altri io non avevo mai provato a guidare in precedenza, magari con il papà su una strada di campagna, quindi cercavo di capire come riuscire a evitare i pericoli e fare sempre le manovre corrette. Ricordo che tentavo perfino di “predire” i momenti successivi, ovvero di portarmi avanti con la mente al tratto di strada che vedevo in lontananza, in modo da prepararmi. Inutile dire che questa invasione della mente razionale in un processo che richiede uno sforzo si di attenzione, ma non “ragionata”, non poteva funzionare. E’ come camminare pensando in ogni momento il movimento da fare con le gambe: non credo riusciremmo a muovere più di qualche passo.

La nostra parte razionale, il nostro tentativo di controllo totale ci mina. E’ un autogoal. La vera attenzione è solo essere in ciò che si fa, non ragionarci sopra in ogni momento con uno sforzo immane e controproducente.

In automobile non abbiamo bisogno, per fortuna, di riflettere su ogni mossa, con la velocità con cui viaggiamo sarebbe impossibile. Dobbiamo solo evitare di distrarci portando l’attenzione su altre cose. La vera attenzione non comporta sforzo. Se ci stiamo sforzando, vuol dire che qualcosa non va, che non ci fidiamo di noi stessi e cerchiamo di autocontrollarci con la ragione. Ma di solito non funziona.

postheadericon “Wolfghost” ha fatto il suo tempo?

Non sto per chiudere il blog, non ancora almeno, tuttavia riconosco che Wolfghost forse ha fatto il suo tempo. Lo dico senza rimpianto e senza tristezza: ogni cosa nella vita ha una sua collocazione, una sua ragione, una sua importanza che nel tempo può cambiare.

Nel caso di Wolfghost trovo che il cambiamento si debba ad almeno tre motivi.

Il primo è il tempo che si dedica al proprio blog. Nel mio caso, la nuova occupazione in azienda ha drasticamente ridotto il mio tempo libero. In ufficio non ho nemmeno un minuto, dalla mattina alla sera è un tour de force, tra tagli aziendali che ci hanno fortemente sottodimensionati (ma c’è ancora chi riesce a “pettinare le bambole”… quelli non mancano mai) e gente ipocrita che finge di essere disponibile, per poi sparire alla prima richiesta. Quando io, Lady Wolf e i nostri animalotti avremo traslocato nella nuova e ridente cittadina, credo che farò più di un pensierino ad un radicale cambio di rotta. La sera poi, sono così stanco e tirato che il poco tempo libero generalmente preferisco dedicarlo ad altro. Alla mia famigliola ad esempio :-) O a un po’ di ginnastica o di Yoga. E per il blog, di tempo, ne resta davvero poco.

Se non dedichi tempo al blog, devi essere una persona famosa affinché il tuo blog continui a vivere lo stesso. Ci sono persone che possono pubblicare le previsioni del tempo e non curarsi minimamente di leggere e controcommentare i commenti ricevuti (figuriamoci contro-visitare) perché il proprio blog sia sempre pieno di visite. Io non sono tra queste. E questo è il secondo motivo.

Il terzo motivo è che ho detto tante cose in questi anni, forse tutto e il contrario di tutto. Vero che anche ripropormi, visto che in molti non hanno letto i miei primi post, mi aiuta a fare “i ponti” in periodi di stanca. Ma non mi da molto, anche se mi diverte rileggere cosa io stesso e i commentatori di allora pubblicavamo :-)

Ci penserò. Magari troverò una formula più sbrigativa fino a quando questo periodo non sarà passato, forse in forma di “aforisma”. Chissà :-)

Ma anche un domani dovessi decidere che il tempo di Wolfghost è finito… bé, non sarebbe una tragedia. Le tragedie, lo sappiamo benissimo, sono altre.

postheadericon Mantenere il dialogo

Nel novembre 2007, come alcuni di voi rammenteranno, visto che li ho tormentati per anni, iniziai a pubblicare dei brevi racconti di Paulo Coelho che utilizzavo come spunto per parlare di argomenti che mi interessavano. Coelho, che all’inizio trovavo interessante, è andato sempre più scemando nelle mie preferenze, tanto che ormai è da molto tempo che non riesco più a finire nemmeno uno dei suoi libri :-) Cos’è cambiato? Bé, certamente io, ma è cambiato anche il suo stile: leggero e scorrevole un tempo, è diventato… forzatamente ricercato, sia nei contenuti che nella prolissità. Ovviamente è questione di gusti, ma a me piaceva come sapeva dare messaggi importanti, anche se a volte banali, con semplicità, in modo che fossero alla portata di tutti. Ora è diventato… uno scrittore qualunque. O almeno così lo vedo io.
Il link all’articolo di allora, con i commenti che raccolse, è qua: Mantenere il dialogo
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L’importanza di mantenere il dialogo di Paulo Coelho
La moglie del rabbino Iaakov era considerata da tutti i loro amici una donna molto difficile: con qualsiasi pretesto iniziava una discussione. Iaakov, però, non rispondeva mai alle provocazioni. Fino a quando, al matrimonio del loro figlio Ishmael, mentre centinaia di invitati stavano festeggiando allegramente, il rabbino cominciò a offendere sua moglie, ma in maniera tale che tutti, alla festa, potessero accorgersene.
“Che cosa è successo? – domandò un amico di Iaakov, quando gli animi si furono rasserenati – Perché hai abbandonato il tuo costume di non rispondere mai alle provocazioni?”.
“Guarda com’è più contenta”, sussurrò il rabbino, indicando sua moglie. In effetti, ora sembrava che la donna si stesse divertendo alla festa.
“Ma avete litigato in pubblico. Io non comprendo né la tua reazione, né la sua”, insistette l’amico.
“Alcuni giorni fa, ho capito che ciò che più turbava mia moglie era il fatto che io mantenessi comunque il silenzio. Agendo così, sembrava che la ignorassi, che prendessi le distanze da lei con sentimenti virtuosi e la facessi sentire meschina e inferiore. Visto che l’amo tanto, ho deciso di fingere di perdere la testa davanti a tutti. Così lei ha capito che io comprendevo le sue emozioni, che ero uguale a lei, e che ancora voglio mantenere il dialogo”.

 


Mi sono servito di un altro breve racconto di Coelho per parlare del potere del Dialogo.
Qualche anno or sono, ebbi un colloquio con un noto psicoterapeuta genovese. Mi disse una frase che mi colpi’, ma in fondo pote’ farlo proprio perche’, come spesso accade, quella frase “era gia’ dentro di me”, seppure inespressa in parole: “Chi e’ troppo buono, si attira le cattiverie del partner”.
Cosa voleva dire? Che chi – per quieto vivere o perche’ ingenuamente pensa davvero che si possa sempre evitare lo “scontro” – e’ troppo “accomodante”, finisce spesso per innervosire il partner che magari ha invece bisogno dello scontro verbale per tirare fuori qualcosa che cova pericolosamente dentro di lui e che non riesce ad esprimere serenamente. Il “rifiuto” del partner a “dialogare” con queste modalita’, viene percio’ percepito come un “fare orecchie da mercante”, come mancanza di carattere o, come dice il Rabbino nel racconto, addirittura come altezzosa virtuosita’. E cosi’, quello che potrebbe essere risolto con un innocuo litigio chiarificatore, rischia di trasformarsi in una sorta di tragedia emotiva che travolge entrambi e rischia di essere difficilmente recuperabile.
Recentemente ho capito che le persone “di polso” non sono necessariamente quelle che alzano la voce, e’ vero, ma sono comunque quelle in grado – in caso di necessita’ – di intavolare un discorso e prendere decisioni grevi, anche sapendo che queste potrebbero non essere apprezzate scatenando cosi’ reazioni indesiderate.
Meglio ingaggiare una battaglia una tantum che arrivare ad una guerra dalla quale difficilmente qualcuno torna vincitore.
zuffa

 

postheadericon Essere se stessi vuol dire… (Lovely Blog Award)

Come sapete sono piuttosto refrattario ai “premi” del mondo dei blog, tuttavia l’amica Manuela (blog Il padiglione d’oro) proponendomi il suo “Lovely Blog Award” pone una domanda interessante e che merita di essere raccolta: “Essere se stessi vuol dire…”. Accolgo perciò l’occasione per lanciarmi in questo argomento (non temete, non nominerò dieci di voi per altrettanti award :-P anche se ringrazio sentitamente l’amica Manuela per il suo ;-) ).

Perché trovo interessante la domanda “cosa vuol dire essere sé stessi?”, bé, ovviamente perché me la sono posta molte volte e non sono mai arrivato ad una conclusione definitiva :-) Il punto è capire cosa, o meglio chi sia questo “se stesso” :-) la risposta è tutt’altro che scontata.

Capire chi si è veramente è la base di partenza per capire dove si vuole andare e cosa si vuole ottenere fuori dai condizionamenti sociali e parentali. Quante volte infatti ci sentiamo dire che una certa cosa non la vogliamo veramente ma che crediamo soltanto di volerla perché qualcuno, fuori da noi, ci ha condizionato a volerla? Il punto è: ma esiste davvero quel qualcuno, quell’essenza al di là dei condizionamenti che stiamo cercando, oppure noi siamo soltanto il nostro passato, ciò che abbiamo appreso, e non esiste alcun foglio bianco pre-esistente agli scarabocchi che il mondo ci ha scritto sopra?

Per i buddhisti e gli induisti l’Io, quell’entità che dal giorno della propria nascita apprende e con la quale ci identifichiamo, non esiste, è solo un’illusione: non c’era prima e non ci sarà dopo. Ma in fondo anche da un’ottica puramente materialista il discorso non cambia: se  noi prima della nascita non esistevamo – ne esisteremo dopo la nostra morte – allora non possiamo prescindere da ciò che abbiamo imparato nel corso della nostra vita e dunque dai condizionamenti del nostro ambiente. Noi siamo il nostro ambiente. Ma allora tutto è valido e tutto non lo è. Possiamo decidere di essere nati predestinati a diventare filantropi oppure tronisti (ammesso che un tronista non possa essere filantropo): nessuno può dimostrarci che così non è.

In fondo cosa siamo e cosa vogliamo diventare è una mera scelta. E allora, visto che un essere pre-esistente e predestinato non esiste, vien da dire che ognuno sia ciò che sente di essere, almeno eviterà di vivere con il conflitto interiore dato dalla contrapposizione di ciò che si vuole e ciò che si ritiene esser giusto.

Tornando al buddhismo e all’induismo – ma non solo – esisterebbe poi un coscienza universale della quale noi e il nostro intero mondo saremmo solo manifestazioni materiali temporanee, destinate a scomparire per tornare a fonderci in essa. Tuttavia questo concetto sarebbe così al di fuori della nostra portata dall’essere inconoscibile, possiamo solo accettare che ciò che vediamo e sentiamo sono solo costruzioni di questa mente universale.

Guardate che non è così impossibile :-) La fisica quantistica asserisce che dobbiamo accettare un grado di inconoscibilità della materia oltre al quale non possiamo andare. Cosa siamo macroscopicamente lo sappiamo, ma le componenti ultime nostre e dell’universo tutto sono talmente strane e irraggiungibili dal pensare che mai riusciremo davvero a comprenderle. Pensate che secondo le ultime teorie, che probabilmente saranno cancellate in qualche anno da teorie ancora più strane, tutto l’universo sarebbe composto dall’interazione di minuscole stringhe di energia (proprio “stringhe”, ovvero a forma di stringa come i lacci delle scarpe), così piccole da essere non solo invisibili, ma dal sapere che sempre resteranno tali. Cosa c’è dietro queste stringhe… non ci è dato di saperlo, tuttavia molti scienziati ormai concordano nel dire che noi e tutto l’universo che possiamo percepire siamo solo… effetti collaterali marginali di un qualcosa che non possiamo vedere. Altro che credere di essere al centro dell’universo :-)

Ma alla fine di questa strampalata dissertazione, cosa rispondo all’amica Manuela? Che essere se stessi non può che voler ragionevolmente dire avere la forza di difendere le proprie scelte, almeno finché si sente di volerle abbracciare – che non è detto essere per sempre, respingendo i tentativi altrui di farci cambiare se questi non reggono alla nostra personale percezione.

Perché una scelta universalmente giusta ed una universalmente sbagliata non esistono.

E quindi… che ci lascino percorrere in pace la nostra strada. Ovviamente se questo non comporta danneggiare nessuno, va da sé.


Vasco Rossi – Dannate Nuvole by paole84tto

postheadericon Il “no” in amore

Bene, dopo essere andato vicino al record di assenza di nuovi post :-D rieccomi qua :-) Ripeto spesso, ormai da tempo, che faccio fatica ad essere presente sul blog mio e altrui: lavoro stressante, problemi famigliari con persone della mia famiglia di origine, un paio di visite mediche in vista e… udite, udite… un nuovo trasloco alle liste! :-D Non vi preannuncio nulla, ma credo che prossimamente scoprirete la nuova cittadina che ci ospiterà… speriamo stavolta per un periodo un po’ più lungo! ;-)

Il post che recupero oggi è di inizio Novembre 2007. Qui di seguito trovate il link al post originale: Il “no” in amore. In questo post iniziano a comparire alcuni amici che ancora oggi mi seguono, sono tre, di cui due che ormai leggo di rado ed una con la quale lo scambio è ancora assiduo (sto parlando di te, Alessandra ;-) ). Ce ne sono poi un altro paio che hanno ancora un blog attivo ma che ormai l’hanno abbandonato da un po’.

Comunque si parla di rifiuto in amore, un argomento che quasi tutti, almeno una volta nella vita, hanno conosciuto. Infatti il post ebbe un discreto successo all’epoca ;-)

Vi lascio al post :-)

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Oggi torno un po’ all’antico. Chi mi conosce da più tempo, sa’ che quello dell’amore e delle sue afflizioni è un tema a me caro, forse perché capisco che nulla, come l’amore, ha implicazioni così profonde nell’animo e nella mente umana. Esso investe tutte le sfere: l’emotività, l’intelligenza, la fisicità, l’ego…

disperazioneIl passato, presente e futuro spesso dipendono da un “no” in amore o, meglio, da come si reagisce ad esso.

Ho sempre trovato, a mente lucida, incredibile, quasi folle, come per molte persone sia difficile accettare un “no” in amore. E’ come se sopraggiungesse un vero e proprio blackout delle facoltà intellettive: non si riesce a prendere quel “no” per quello che è, ovvero un “normale” rifiuto; non possiamo piacere a tutti in fondo, non è vero? Nessuno sarebbe solo al mondo, anzi si creerebbero conflitti parossistici: ad ogni angolo si incontrerebbero persone che si vorrebbero come partner, con buona pace del precedente!

Tutti sappiamo che l’amore, quello vero, se non è un miracolo, è comunque difficile: è tutt’altro che facile “incontrarsi”. Eppure… quel “no” diventa un trauma ed un dramma. Non rappresenta solo, dicevo, un rifiuto normale, che puo’ anche starci in fondo, diventa il metro di una presunta inadeguatezza, come se ci venisse detto “tu non vali niente”, “tu non sei nulla”. Forse si rivive in quel momento la paura dell’abbandono o del rifiuto da parte dei genitori nell’infanzia, paura che più gente di quel che si pensa ha provato: basta l’allontanamento dei genitori, magari semplicemente per motivi di lavoro, per creare nel bambino l’ansia di essere stato da essi (anche da uno solo) abbandonato, di non essere voluto. Il bimbo infatti, fino ad una certa età, non è in grado di capire che il genitore si è allontanato solo momentaneamente e che tornerà; esso puo’ viverlo ogni volta come un abbandono. Pare che la reiterazione di questo “piccolo trauma” possa alla lunga diventare più dannoso di un grande, evidente, trauma.

Quale che sia la ragione scatenante, ecco allora che si inventano le più disparate supposizioni ai motivi di quel “no”, perché l’idea che quella persona semplicemente non ci ama è del tutto – e incomprensibilmente – inaccettabile. Di volta in volta “non sa’ amare”, “ha un blocco”, “ha problemi in famiglia”, “c’è una terza persona”, “è gay”, … Si potrebbe continuare a lungo. Quanto tempo ed energia sprecate per evitare di ammettere che siamo normali esseri umani, che possono essere amati, non amati o amati da chi magari non amiamo noi.

Eppure… quanti “no” in amore abbiamo detto noi? Magari più di quelli ricevuti. Ma non ci fermiamo quasi mai a riflettere sul perché abbiamo detto un “no”: che ragione c’è? Sappiamo benissimo che semplicemente quella persona non “ci prende”. Viceversa, quelli ricevuti… no, quelli devono avere qualche ragione recondita, perché noi meritiamo senz’altro di essere amati, anche da quella persona alla quale evidentemente la cosa non interessa…